Sono arrivati con gli scarpini, le borse, le tute rosse e bianche, e quella stanchezza speciale che non viene soltanto dal viaggio. Viene dalle frontiere, dalle attese, dalle madri salutate in fretta, dai telefoni controllati mille volte, dal sonno interrotto, dall’abitudine a partire sapendo che ogni spostamento, in Ucraina, non è mai soltanto uno spostamento. Per arrivare in Sardegna, i ragazzi dell’UFC Kryvbas di Dnipro hanno impiegato quarantotto ore: prima il pullman da Dnipro a Cracovia, poi l’aereo per Venezia, poi un altro aereo fino a Olbia. In mezzo, sette ore fermi alla dogana di Rava-Ruska, dove l’Europa comincia come cominciano spesso le cose importanti: aspettando. Poi, finalmente, la Sardegna e il Torneo Mondiale Manlio Selis, dal quale, negli anni, sono passati calciatori come Musiala, Rice, Mount, Loftus-Cheek e mezza Serie A. E ancora, il mare, l’aria più dolce, i campi della Gallura, gli avversari, gli arbitri, i genitori degli altri, i cartellini, le classifiche. Tutto quello che per un ragazzo di quattordici anni dovrebbe essere normale. Tutto quello che, per loro, normale non è mai stato fino in fondo. Perché i giocatori dell’UFC Kryvbas sono nati nel 2012. Due anni dopo, la Crimea veniva occupata e nel Donbass cominciavano le ostilità. Nel 2022, quando avevano otto o nove anni, l’invasione su vasta scala ha tolto all’infanzia ucraina anche l’ultima illusione di essere al riparo dalla Storia.
Cresciuti dentro le parole della guerra
Loro non sono cresciuti accanto alla guerra. Sono cresciuti dentro il suo rumore, dentro le sue mappe, dentro le parole che i bambini non dovrebbero imparare: “rifugio”, “bombardamento”, “occupazione”, “evacuazione”, “sirena”. Eppure sono qui. Non come simboli da esibire, ma come calciatori. Questa è la cosa da non dimenticare. L’UFC Kryvbas è una divisione del College Specialistico dello Sport di Dnipro, istituzione fondata nel 1983, dove ragazzi impegnati in varie discipline olimpiche studiano, si allenano, crescono. Nello stesso anno è cominciata anche la storia calcistica della squadra. Da lì sono passati atleti importanti, calciatori diventati professionisti, giocatori arrivati fino alle nazionali ucraine, come Mykyta Sytnykov, Zakhar Olshanskyi e Matviy Bodnar. Molti di questi ragazzi sono seguiti dallo stesso allenatore da quando avevano quattro o cinque anni. In tempo di pace sarebbe già una bella storia di formazione. In tempo di guerra diventa qualcosa di più: una piccola istituzione affettiva.

Quando attacco vuol dire calcio
Arrivano da Dnipro, ma anche da Dobropillia e Bilozerske, nella regione di Donetsk; da Popasna, nel Luhansk; da Kherson, Chernihiv, Ternivka, Pavlohrad, Synelnykove. Alcuni di questi nomi, sulle carte militari, indicano territori feriti, occupati, evacuati, bombardati. Per loro sono città, case, cortili, scuole, parenti, infanzia. La geografia della squadra è una geografia spezzata. E forse per questo l’UFC Kryvbas è diventata più di una squadra: per molti è una casa; per alcuni, l’unica casa sicura rimasta. Al Selis l’UFC Kryvbas ha debuttato ieri, nel girone L, che comprende pure FC Costa Verde, Budoni e Atalanta. Ma la prima partita questi ragazzi l’hanno giocata prima ancora di entrare in campo: contro la distanza, contro la paura, contro la tentazione di sentirsi soltanto vittime. Hanno vinto arrivando. Da Dnipro alla Sardegna, quarantotto ore non bastano per lasciarsi alle spalle la guerra. Ma possono bastare per ricordare a un ragazzo che il mondo non è fatto solo di confini chiusi e sirene. C’è anche un pallone che rotola. C’è un avversario che ti aspetta. C’è un campo, finalmente, dove la parola attacco torna a significare, solamente, calcio.