Premier, nuova piattaforma streaming a Singapore. Calvo: "Per crescere investimenti obbligati”

Non solo big: calcio inglese sempre più ambizioso. L’ex dirigente della Juve: "Migliorare il livello tecnico aumenta i ricavi”. Souloukou: "Trovare l’equilibrio”

INVIATO A LONDRA - La Premier League viaggia spedita verso l’innovazione. Il Ceo Richard Masters - direttamente dal Business of Football Summit di Londra - ha annunciato il lancio della piattaforma streaming a Singapore: così il più importante campionato al mondo venderà partite in diretta ai tifosi. “PremierLeague+” sarà disponibile per la stagione 2026/27: in collaborazione con StarHub, il torneo inglese avvia dunque il processo di internalizzazione della produzione mediatica delle partite. Una vera e propria rivoluzione, in linea con un torneo che non smette mai di guardare avanti.

Una domanda, tre risposte

Al Peninsula Hotel spiccano tre illustri rappresentanti di Aston Villa, Nottingham Forest e Newcastle: Francesco Calvo (responsabile commerciale), Lina Souloukou (amministratore delegato) e David Hopkinson (amministratore delegato). Tutti devono rispondere alla stessa domanda: come si può raggiungere l’élite dei ricavi nell’attuale contesto della Premier League. Calvo - una vita alla Juve, ma anche due importanti esperienze alla Roma e al Barcellona - individua il limite per tutti, Aston Villa compreso: «La grande sfida dei nostri club è quella di incrementare i ricavi, ma per fare sempre meglio abbiamo bisogno di migliorare il parco giocatori. Devi investire denaro e quindi generare denaro, ma puoi farlo solamente vincendo. Abbiamo sentito parlare tanto di sostenibilità. Tutti abbiamo bisogno di arrivare al pareggio di bilancio, ma noi investiamo perché abbiamo proprietà che ci permettono di farlo. Non vogliamo spendere e basta per sempre: vogliamo stare nelle regole». Gli fa eco Lina Souloukou: «Operiamo in una Premier League con nuove regole finanziarie e un occhio attentissimo al rapporto costi/ricavi. Ma allo stesso tempo, per aumentare i ricavi, dobbiamo avere le squadre migliori e quindi essere competitivi e dunque spendere di più. L’equilibrio è complicatissimo da trovare». Più netto Hopkinson: «Per competere coi big dobbiamo incrementare le sponsorizzazioni, il nostro ecosistema digitale deve essere molto più ampio. Dobbiamo comportarci da top club se vogliamo rompere lo status quo».

Limiti e preoccupazioni

Il rigore della Premier League sulla sostenibilità, però, è paradossalmente un limite. Il nuovo regolamento fissa il potere di spesa di ogni club, che sarà pari all’85% dei ricavi per quanto riguarda gli stipendi dei calciatori, il costo dei cartellini e le commissioni degli agenti. Un sistema economico-fiscale che ricalca quello in vigore nelle coppe europee, deciso dalla Uefa, ma con un margine più alto. Calvo spiega: «Questo passaggio premia sicuramente l’eccellenza operativa, ma dobbiamo saper pensare fuori dagli schemi, trovando un mix perfetto per raggiungere i top club. Per esempio lavorando sulle strutture: dalla prima squadra al settore giovanile. Non esiste una formula perfetta, è un lavoro virtuoso che tocca varie aree». Hopkinson fa trasparire un po’ di preoccupazione in più, sebbene il Newcastle abbia alle spalle il potentissimo fondo Pif: «Nel calcio non esiste l’X factor degli sport americani: qui i ricavi sono consequenziali ai punti, viaggiano di pari passo. Più vinci, più generi introiti. E anche la ridistribuzione delle risorse economiche per i club che non giocano la Champions League non penso sia una soluzione percorribile: noi di questi tempi giochiamo ogni tre giorni e questo aspetto ha un impatto sullo stato di forma dei singoli giocatori. Va tenuto in conto». Da pochi mesi il calcio inglese ha introdotto anche un organo di controllo, che agisce e monitora finanziariamente i proprietari dei club. Una stretta ulteriore, soprattutto per le società che puntano a raggiungere l’élite composta da Manchester City, Manchester United, Arsenal, Liverpool e Chelsea, le cinque sorelle regine d’incassi.  

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