© Getty ImagesLONDRA (INGHILTERRA) - C’è un filo invisibile che lega l’Inghilterra alla Spagna. E non è quello che ogni anno porta milioni di vacanzieri britannici sulle coste della penisola iberica e delle sue isole per godere di un sole che Oltremanica è spesso tiepido o assente. Il filo in questione connette, in modo sempre più evidente, la scuola calcistica più antica del mondo - quella inglese, che da anni non riesce più a produrre allenatori di alto livello - con quella spagnola, la più moderna, innovativa e vincente, che domina in Premier League attraverso tecnici che non solo vincono, ma che nell’ultimo decennio hanno contribuito a cambiare i connotati del football made in England. Un dominio reale, supportato dai fatti: il più evidente si riflette in una classifica che, sin dall’inizio della stagione, vede in vetta tre squadre guidate da tecnici spagnoli, due baschi e un catalano.
Arteta, Guardiola ed Emery: i protagonisti del successo
Mikel Arteta, Pep Guardiola e Unai Emery stanno ancora una volta imponendo il marchio della scuola spagnola sulla lega più ricca del mondo. E se la sfida fra Arsenal e Man City è destinata a emozionare fino all’ultima giornata, quello che Emery sta facendo alla guida dell’Aston Villa non è meno significativo. I Villans, con molte meno risorse, sono vicini a un’altra qualificazione in Champions - la seconda in tre anni - e sono lanciatissimi anche in Europa League, dove sono i favoriti per la vittoria finale. Tre anni e mezzo fa il Villa navigava in acque pericolose. Emery lo ha salvato e riportato in Europa, spingendolo poi fino alla Champions - dove lo scorso anno ha raggiunto i quarti - e a restare stabilmente nelle zone più alte. Un percorso che conferma, ancora una volta, il valore di un allenatore da big. La rivalità che più di tutte sta riscrivendo la storia recente della Premier è però quella tra il maestro Pep Guardiola e il suo ex allievo Mikel Arteta. Man City e Arsenal sono due delle squadre più forti al mondo, e il merito è in buona parte proprio dei due allenatori.
Crisi degli allenatori inglesi e confronto con la scuola spagnola
A separare la carriera del più navigato Pep e del giovane, ma già esperto Mikel, c’è una lunga serie di trofei che il primo ha già vinto e che il secondo insegue. Quest’anno, dopo tre secondi posti consecutivi, i Gunners sembravano avviati verso una vittoria della Premier che manca da oltre vent’anni. Quanto accaduto negli ultimi dieci giorni - le sconfitte con Bournemouth e City - ha però rimesso tutto in discussione. L’Arsenal dovrà lottare fino alla fine, in un testa a testa con i Citizens che potrebbe anche essere deciso dalla differenza reti. E se a spuntarla dovesse essere ancora una volta Guardiola, questo non cancellerebbe comunque quanto fatto da Arteta: se i Gunners sono tornati una realtà del calcio europeo (anche quest’anno sono l’unica squadra inglese in semifinale di Champions), gran parte del merito è suo. E se i tecnici spagnoli dominano il football d’Oltremanica - non va dimenticato nemmeno il lavoro di Iraola al Bournemouth - lo stesso non si può dire dei colleghi inglesi. Non è una novità: dal 1992, anno della nascita della Premier, nessun tecnico inglese ha vinto il titolo. Howard Wilkinson resta l’ultimo ad esserci riuscito, con il Leeds nel 1991-’92, 34 anni fa. E all’orizzonte non si intravede molto: Eddie Howe vive una stagione difficile al Newcastle, Rosenior è in crisi col Chelsea, mentre Carrick, il più convincente, è anche il più incerto sul futuro. Non è solo una questione di risultati, ma di sistema: da una parte una scuola che continua a produrre idee, dall’altra una che fatica a rinnovarsi. Il paradosso è tutto qui: il campionato più ricco del mondo continua a non produrre i suoi allenatori migliori. E allora, proprio come i vacanzieri in cerca di sole, non resta che andarseli a prendere in Spagna.
