Linari: “Mi dicevano grassa, ora sono il capitano dell’Italia. Negli adolescenti è pericolosissimo”

L’intervista al difensore del London City Lionesses: “Da quando gioco in Inghilterra ho scoperto un’altra dimensione dello sport femminile”
Linari: “Mi dicevano grassa, ora sono il capitano dell’Italia. Negli adolescenti è pericolosissimo”
© EPA

Il cuore dell’area è il suo posto preferito per le battaglie che ben conosciamo. Fisiche, aeree, in anticipo. Tutte toste, senza risparmiarsi, vissute una dopo l’altra come se fossero sempre l’ultima, sempre la più importante. Un modo di viverle che racconta perfettamente il suo modo di vivere il calcio e, quindi, la vita. Sempre desiderosa di migliorarsi, severa (a volte troppo!) con se stessa, mai egoista e mai volutamente protagonista. Che quando indossi la fascia di capitano della Nazionale Italiana un po’ potresti anche esserlo… Non lei, non Elena Linari. Umile, entusiasta e, ovviamente, combattiva. Perché oltre a quelle che si vedono, ci sono tante altre battaglie che ne hanno forgiato gambe, mente e cuore, tracciando un percorso che in estate l’ha portata un po’ più lontano, ma anche un po’ più in alto, al London City Lionesses, una delle realtà più ambiziose nel campionato più ambito d’Europa, la Women’s Super League. 
  
Elena Linari, era il momento giusto per fare questo salto? «Assolutamente sì, perché sono opportunità che difficilmente ricapitano nella vita. Dal primo istante ho sentito le farfalle nello stomaco e se a 31 anni succede questo devi “ascoltarle”: certo, non è stato facile chiedere alla Roma di andare via, anche perché da parte del club c’era l’intenzione di creare un progetto con me presente, ma hanno capito la mia volontà». 
 
Che cosa, in Italia, dovremmo prendere subito dal modello del inglese? «La volontà di investire così tanto. Penso agli impianti: sono arrivata ad agosto e ho già giocato all’Emirates, a Stamford Bridge, a Goodison Park. Perché, per esempio, almeno durante la sosta per la Nazionale maschile in Italia non vengono aperti alcuni stadi alla Serie A femminile? Mi rendo conto che non sia facile e che i costi siano elevati, ma è anche vero che per crescere e per avere anche un prodotto migliore e quindi più appetibile bisogna passare da questo tipo di scelte». 
 
Il suo nuovo campionato è considerato il più avvincente d’Europa e, insieme a quello americano, del mondo. Cosa l’ha colpita più di tutto? «Il passo e l’impatto fisico sono due aspetti che, così, avevo sentito solo nelle partite internazionali disputate sia con la Roma in Champions, sia con la Nazionale. Qui non ci sono giocatrici che non vadano su un contrasto, non ci credano fino all’ultimo su ogni pallone o tecnicamente non siano pronte».

Beh, caratteristiche in cui lei si ritrova. «Vero, ma qui l’intensità è un’altra. E io ero pronta al fatto che questo avrebbe potuto destabilizzarmi perché dopo quattro anni con le stesse abitudini è necessario, soprattutto a 31 anni, un tempo fisiologico che va dato al proprio corpo per adattarsi. Ma siccome io sono una che il tempo troppo spesso non se lo dà e che si mette addosso più pressione del dovuto, non appena ho saputo del trasferimento ho cercato di velocizzare anche questo tipo di adattamento». 

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Ambizioni ed emozioni

Qual è stata l’emozione più bella che ha vissuto fino a ora? «Quando sono arrivata ho percepito di essere considerata una leader e questo mi ha fatto capire l’importanza del mio percorso. Sentirmi in qualche modo riconosciuta all’estero non mi era mai successo nonostante avessi avuto già esperienze sia in Spagna, sia in Francia. Poi, è chiaro, tutto va dimostrato in campo ed è quello che voglio fare». 
 
Guai a darsi un po’ di tregua... E allora, qual è l’obiettivo di questa neo promossa ambiziosa? «Iniziare un percorso importante in un campionato in cui il livello è altissimo: il mio impatto con la Women’s Super League è stato un vero e proprio shock nel senso positivo del termine. Prima gara in un Emirates con 40.000 persone contro l’Arsenal. Lì capisci subito dove sei finita… oppure non capisci più niente ecco!». 
 
Il tutto, in una realtà in cui il calcio femminile ha un “posto” molto importante. «Non solo il calcio. Qui accendi la BBC e trovi l’intervista a una rugbista, sport al femminile in prima serata, ex giocatrici che commentano partite a bordocampo, tantissime donne che parlano di calcio maschile e viceversa. Insomma, qui, “banalmente”, se ne parla. Se non lo fai nessuno lo vede ed è normale che nessuno poi lo pratichi o sia interessato a investire».

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Il messaggio di Linari

Martedì si celebra la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Nella sua carriera c’è stato un momento in cui ha percepito di aver subito una violenza? «Quando Belloli disse, riferito al calcio femminile, “Siete solo un mondo di lesbiche” io avevo vent’anni e per me era un momento molto delicato a livello personale, di conoscenza di me stessa, perché stavo vivendo un percorso interiore di consapevolezza della mia sessualità. Mi sono chiesta “Per quale motivo si deve mettere un’etichetta a questo mondo?” e mi sono sentita sotto attacco. Ma non è stato l’unico stereotipo con cui ho dovuto avere a che fare». 

Prego«Fin da quando avevo 14 anni mi hanno sempre detto che ero “grossa” e quindi lenta e poco agile, generando in me tutta una serie di complessi con cui combatto ancora oggi. In Italia c’è questa ossessione della perfezione, ma su un’adolescente questo è pericolosissimo. È indubbio che il peso sia un fattore importante, per la salute e ancora di più per chi vive lo sport professionistico, ma la verità è che si può essere non perfette fisiologicamente ed esprimere delle potenze assurde svolgendo un lavoro pensato per il proprio corpo, uno diverso dall’altro, come siamo all’interno di una squadra». 
 
Quella 14enne oggi indossa la fascia da capitano della Nazionale… «È questo il messaggio che voglio lasciare. Servono impegno, costanza, umiltà, tanto tanto lavoro. Ma nessuna di queste battaglie deve scoraggiare, anzi è proprio lì che si trova la forza per vivere a pieno il proprio sogno».  

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Il cuore dell’area è il suo posto preferito per le battaglie che ben conosciamo. Fisiche, aeree, in anticipo. Tutte toste, senza risparmiarsi, vissute una dopo l’altra come se fossero sempre l’ultima, sempre la più importante. Un modo di viverle che racconta perfettamente il suo modo di vivere il calcio e, quindi, la vita. Sempre desiderosa di migliorarsi, severa (a volte troppo!) con se stessa, mai egoista e mai volutamente protagonista. Che quando indossi la fascia di capitano della Nazionale Italiana un po’ potresti anche esserlo… Non lei, non Elena Linari. Umile, entusiasta e, ovviamente, combattiva. Perché oltre a quelle che si vedono, ci sono tante altre battaglie che ne hanno forgiato gambe, mente e cuore, tracciando un percorso che in estate l’ha portata un po’ più lontano, ma anche un po’ più in alto, al London City Lionesses, una delle realtà più ambiziose nel campionato più ambito d’Europa, la Women’s Super League. 
  
Elena Linari, era il momento giusto per fare questo salto? «Assolutamente sì, perché sono opportunità che difficilmente ricapitano nella vita. Dal primo istante ho sentito le farfalle nello stomaco e se a 31 anni succede questo devi “ascoltarle”: certo, non è stato facile chiedere alla Roma di andare via, anche perché da parte del club c’era l’intenzione di creare un progetto con me presente, ma hanno capito la mia volontà». 
 
Che cosa, in Italia, dovremmo prendere subito dal modello del inglese? «La volontà di investire così tanto. Penso agli impianti: sono arrivata ad agosto e ho già giocato all’Emirates, a Stamford Bridge, a Goodison Park. Perché, per esempio, almeno durante la sosta per la Nazionale maschile in Italia non vengono aperti alcuni stadi alla Serie A femminile? Mi rendo conto che non sia facile e che i costi siano elevati, ma è anche vero che per crescere e per avere anche un prodotto migliore e quindi più appetibile bisogna passare da questo tipo di scelte». 
 
Il suo nuovo campionato è considerato il più avvincente d’Europa e, insieme a quello americano, del mondo. Cosa l’ha colpita più di tutto? «Il passo e l’impatto fisico sono due aspetti che, così, avevo sentito solo nelle partite internazionali disputate sia con la Roma in Champions, sia con la Nazionale. Qui non ci sono giocatrici che non vadano su un contrasto, non ci credano fino all’ultimo su ogni pallone o tecnicamente non siano pronte».

Beh, caratteristiche in cui lei si ritrova. «Vero, ma qui l’intensità è un’altra. E io ero pronta al fatto che questo avrebbe potuto destabilizzarmi perché dopo quattro anni con le stesse abitudini è necessario, soprattutto a 31 anni, un tempo fisiologico che va dato al proprio corpo per adattarsi. Ma siccome io sono una che il tempo troppo spesso non se lo dà e che si mette addosso più pressione del dovuto, non appena ho saputo del trasferimento ho cercato di velocizzare anche questo tipo di adattamento». 

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