© EPAQuando le fai presente che noi italiani di lei ci ricordiamo bene – autrice della rete al 96’ che in semifinale all’Europeo ha costretto le azzurre ai supplementari e poi all’eliminazione – si scusa. “Oh sorry”, con un sorriso timido e sincero. Probabilmente neanche lei si rende ancora conto della capacità che ha sempre di incidere, anche entrando dalla panchina, della forza fisica, delle qualità innate. Michelle Agyemang, attaccante di proprietà dell’Arsenal e in questa stagione in prestito al Brighton, ringrazia innanzitutto Dio per questi doni, astro nascente del calcio femminile, eletta European Golden Girl 2025, la miglior giocatrice Under 21 del continente. Quanto è stato emozionante scoprire di aver vinto il premio di European Golden Girl? «Parecchio. Mio papà mi ha chiamata durante l’ultimo raduno della Nazionale e mi ha dato la notizia. Sono rimasta sorpresa e gli ho chiesto: “Ma davvero o mi stai prendendo in giro?”, perché all’inizio non ci credevo. Sono molto grata a tutti quelli che hanno votato per me, ringrazio Dio per questa opportunità. Non me lo sarei mai immaginato…».
La passione per il calcio
Neanche di essere tra le dieci finaliste di quest'anno? «Conosco molte delle ragazze in lista e sono grandi giocatrici, talenti incredibili da tutta Europa. Essere menzionata tra di loro era già fantastico, ma essere scelta come vincitrice è davvero straordinario. Sono davvero felice». Come sta vivendo questo periodo di crescita lontano da “casa", ovvero dall'Arsenal, che però la segue sempre passo dopo passo? «Sono all’Arsenal da quando avevo sei anni, era il 2012, e vedere il loro supporto da allora fino ad oggi che ne ho 19 è incredibile. È bello pensare a quanto il club sia sempre stato vicino a me. E al Brighton mi trovo benissimo: le ragazze sono fantastiche, mi sostengono davvero molto. L’Arsenal è spesso in contatto con me, controlla i miei progressi, guarda le mie partite e mi dà feedback: mi stanno aiutando tantissimo, sia come giocatrice sia come persona». Come è nata la sua passione per il calcio? «È nato tutto da mio fratello. Lui giocava in una squadra alla domenica, mio papà era l’allenatore e io li seguivo sempre. Avevo soltanto cinque anni e già davo una mano con i conetti per le esercitazioni. Poi un giorno ho deciso di provare a giocare… e, pochi mesi dopo, ero già all’Arsenal».
Gli Europei e la dedica
Gli Europei l’hanno consacrata come una delle giocatrici più promettenti del movimento: si aspettava un simile traguardo e, poi, la vittoria finale? «No, affatto. Anzi: a inizio anno non mi aspettavo nemmeno di essere convocata dall’Inghilterra. Andare agli Europei è stata una benedizione, far parte di quel gruppo è stato incredibile. Poter raccontare, oggi, di aver avuto un ruolo insieme alle mie compagne è qualcosa di speciale. La partita con l’Italia in semifinale, poi, è stata intensa: arrivare in finale dopo essere state in svantaggio sia nei quarti sia in semifinale non è stato semplice, ma ce l’abbiamo fatta grazie al gruppo». Se dovesse scegliere tra il titolo Mondiale e la Champions League? «Direi il Mondiale. Giocare per il proprio Paese è una delle cose più incredibili che si possano vivere nel calcio». A chi vorrebbe dedicare questo riconoscimento? «Prima di tutto ringrazio Dio. Il talento e il privilegio di giocare a calcio non vengono da me: è un dono, e ne sono immensamente grata. E poi ai miei genitori e ai miei fratelli. Ai sacrifici di mia mamma e mio papà, che per anni mi hanno portata in giro per tutto il Paese. Ai miei allenatori, soprattutto quelli che mi hanno cresciuta all’Arsenal. E, naturalmente, al Brighton: iniziare così giovane a giocare nella Wsl non è semplice, però allenatori e compagne sono stati fantastici. E, infine, a tutta l’Inghilterra. Sono in tanti, certo, ma… tutti mi hanno sostenuta e io sono felicissima!».

