«Da Cap a Cav è un attimo!», scherzano con lei a pochi istanti dall'inizio di Women4Football. Anche se quel lungo percorso da Capitana per antonomasia a Cavaliere della Repubblica è disseminato di passi, lotte ed emozioni. Che Sara Gama ha sempre affrontato e vissuto con il solo scopo di creare un posto nel mondo al calcio femminile italiano. Anteponendolo a ogni traguardo personale, svestendolo dei numerosi ruoli che ha ricoperto e ricopre, perseguendone l'essenza e mai soltanto la forma. Sara Gama, nel suo ruolo di vice presidente Aic, associazione che firma Women4Football, qual è il valore di questo evento, che lunedì ha vissuto la sua 3ª edizione? «Women4Football è un mezzo per dare uno spazio esclusivo alle calciatrici e per unire tutte le anime del nostro mondo come solo l'Aic riesce a fare. Il cuore è la premiazione delle migliori giocatrici che vengono elette dalle loro colleghe, il massimo del riconoscimento insomma, ma tutto intorno abbiamo sempre provato a creare una narrazione per affrontare temi inerenti a questo mondo: quest'anno in particolare quello della comunicazione, perché essere raccontati oggi significa esistere». Come sta il professionismo? «Con il professionismo abbiamo regolarizzato una posizione non corretta in cui viveva la maggior parte delle calciatrici e, parallelamente, abbiamo garantito ai club la possibilità di posizionarsi in un certo modo nel mercato internazionale. Spesso si dimentica che è grazie a questo passaggio che i club possono monetizzare i cartellini, ottenere una contropartita economica importante quando arrivano offerte dall'estero. Un conto è farsi portare via una calciatrice a zero, diverso è poterla vendere come professionista. Un bel passo avanti».
Gama: "Manca proporzionalità tra quanto fatto e la base"
La diaspora di queste atlete ci penalizza? «Il campionato perde grandi protagoniste che magari sono anche giocatrici della Nazionale, ma loro sanno che possono sempre tornare e ci auguriamo con un bagaglio ancora più ampio di esperienze». E fatto il professionismo, che cosa serve adesso? «C'è tutto il resto del mondo femminile! I settori giovanili, l'attività di base: 45.000 tesserate è un numero troppo basso. Oggi il focus deve essere sulla crescita di questo numero che è imprescindibile per reggere l'attività d'élite. Manca, infatti, la proporzionalità tra quello che abbiamo fatto a livello apicale - una semifinale Europea, le Nazionali Under finaliste ai tornei internazionali, i percorsi in Champions dei club – e la base, che è ancora troppo ristretta. Un lavoro che parte da un punto fermo: l'accessibilità alla pratica. Ovunque deve essere possibile giocare a calcio, senza doversi spostare troppo, in realtà strutturate e dedicate». Le hanno chiesto di occuparsene personalmente? «Lo sto facendo, anche se è un lavoro che non si vede e che prevede l'unione di intenti tra tutte le anime della Federazione: ci sono tante ramificazioni che per questo obiettivo devono essere collegate e collaborare. Sto incontrando le realtà del territorio, i presidenti dei Comitati regionali, l'ho fatto anche in occasione delle due gare della Nazionale a Reggio Calabria e Vicenza, i responsabili territoriali del Settore Giovanile Scolastico. Insomma, serve uno sforzo congiunto finalizzato all'allargamento della base».
