Malagò citius altius fortius

Malagò citius altius fortius© ANSA

Citius altius fortius: più veloce, più alto, più forte. Mai come stavolta brilla il motto olimpico in calce alla trionfale elezione di Giovanni Malagò, per la terza volta presidente del Coni. Il plebiscito di 55 voti su 71 lo conferma uno dei più grandi dirigenti dello sport italiano; ne premia la strenua difesa del movimento olimpico dalle invasioni di una politica arruffina e miope che, soltanto nel gennaio scorso, rischiava di mandare l’Italia ai Giochi di Tokyo senza inno, senza tricolore e con gli azzurri atleti olimpici indipendenti. Bisogna ricordarlo sempre, soprattutto oggi che, more solito, impazza lo sport nazionale di salto sul carro del vincitore. Come non provare un moto di tenerezza mista a rabbia per la grande occasione perduta, registrando le congratulazioni di alcuni fenomeni del Palazzo che boicottarono la candidatura di Roma 2024? Come non rammentare le sortite di altri fenomeni del caravanserraglio mediatico che durante la pandemia hanno tromboneggiato in tv, annunciando aiuti allo sport mai arrivati o erogati con mesi e mesi di ritardo?

Malagò ha avuto il merito di tenere dritta la barra dello sport nella tempesta scatenata da una riforma che minacciava di stroncare l’autonomia del Coni: Dio solo sa quante volte abbia mediato, cucito e ricucito con Losanna dove, soltanto l’autorevolezza di cui gode e lo stretto rapporto con Bach hanno impedito che la situazione precipitasse. Quell’80 per cento di voti a favore costituisce un fortissimo segnale di unità attorno al presidente, reso ancora più forte sia dall’ingresso in giunta di Gravina e del calcio sia dalla presenza nel governo del Coni di cinque donne (le due vicepresidenti Silvia Salis, vicaria e Claudia Giordani nel nome di Milano Cortina 2026; Norma Gimondi, Antonella del Core, Emanuela Maccarani). Dove si dimostra, ancora una volta, quanto lo sport sappia essere al passo con la società civile. Ha detto Malagò: «Abbiamo riconquistato la nostra autonomia, ora dobbiamo trovare risorse da trasferire a ogni federazione con parametri chiari, individuati da terzi del nostro mondo, e non da fuori, per trasferirlo ai grandi malati: le società sportive e gli impianti. Il Pil dello sport è cresciuto rispetto a quello del Paese. È possibile solo perché è sceso così tanto il denominatore, che le nostre percentuali sono migliori. Ma dobbiamo chiedere più di quello che si è fatto per sostenere lo sport. L’ultima cosa che dobbiamo fare è far vedere che qualcuno gioca una partita per conto proprio». Parole sante. Parole vere.

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