“Non è un paese per giovani”. Ci perdonino i cultori della cinematografia hollywoodiana per questa rivisitazione blasfema della pellicola dei fratelli Coen, ma non vi era titolo migliore per riflettere la crisi profonda che sta attraversando il nostro calcio. Un’ecosistema bloccato, per certi versi tossico, in cui a farla da padrone è l’egoismo più puro. Dove l’ambizione personale del singolo allenatore conta più del futuro collettivo, e dove la fretta di monetizzare - per stare al passo con le altre realtà d’Europa con poteri d’acquisto incomparabili ai nostri - ha preso il posto della pazienza. Quella che serve per coltivare e continuare a credere nei talenti del domani. Se l’Italia, a fronte della terza esclusione di fila dai mondiali, vuole davvero tornare (se non sul tetto del mondo) quantomeno a dire la propria, deve prima trovare il coraggio di ascoltare e accettare verità scomode. E nessuno sa dirle meglio di Don Fabio Capello, ospite d’onore della due giorni di Solomeo per il lancio della European Golden Boy Top 100 Powered by Transfermarkt.
Capello: "Chi va fuori è molto più maturo..."
La lista dei 100 candidati al prestigioso premio che Tuttosport assegna ogni anno al miglior talento under 21 d’Europa. «Se l’Italia è davvero il peggior posto per la crescita di un giovane? Dipende dall’allenatore - esordisce Capello - Adesso le big cercano di mettere in piedi le seconde squadre, e questo dà la possibilità ai giovani calciatori di crescere “in casa”. Credo però che l’esperienza fatta fuori ti dia qualcosa in più. Cambi città, paese e abitudini… Tutto questo aiuta per il futuro. Per questo non sono molto d’accordo sulle seconde squadre. Chi va fuori è molto più maturo di chi rimane in casa. Un'altra strada è quella di far allenare questi ragazzi con la prima squadra, in un calcio più veloce. Noi abbiamo proprio perso la capacità di giocare velocemente. Se ti alleni con quelli del tuo livello rimani a quel livello. E non è un’esperienza positiva. Quando ho allenato Roma, Milan e Real c’erano giocatori fissi che si allenavano con noi e imparavano molto di più come superare gli ostacoli».
