"È da Vinovo che è iniziato tutto". Quando la Juve fece partire la carriera di Cuesta

«Quel dossier sul City per Mikel. La scintilla con Cherubini un giorno in cui ero in visita agli allenamenti dei bianconeri»

Purtroppo, le categorie del Golden Boy non prevedono - almeno per il momento - il conferimento del premio al miglior tecnico emergente in circolazione. Ma in caso contrario, ci sarebbero pochi dubbi circa il primo “golden manager”. Chi se non Carlos Cuesta, il giovanissimo tecnico del Parma, tra i protagonisti assoluti del nostro campionato. Una salvezza d’acciaio, centrata con quattro giornate d’anticipo e con addosso un’etichetta pesante, quasi letteraria: quella del “tradizionalista”. In un’epoca che santifica il possesso a tutti i costi e la costruzione dal basso, la sua idea di calcio è stata liquidata dai puristi come un ritorno al passato. Un manifesto difensivo, se non addirittura retrogrado. Un cliché comodo, perfetto per le cronache superficiali, ma che crolla non appena si scava sotto la superficie del risultato.

Cuesta: "Giocare bene ti porta al risultato il 99% delle volte"

Il panel con Cuesta, dal titolo non è stato il pretesto per una difesa d’ufficio del proprio operato, ma un viaggio dentro il mestiere dell’educatore tattico. Dietro lo schermo del “prima non prenderle” si nasconde in realtà una gestione scientifica degli spazi e, soprattutto, una profonda comprensione della psicologia del giovane calciatore, che va protetto dalle mode prima ancora che dagli avversari. «Giocare molto bene ti porta al risultato il 99% delle volte. Il risultato non puoi controllarlo, ma la prestazione sì - l’esordio di Cuesta - . Poi si può dire cosa significa fare una buona prestazione? Per qualcuno è il possesso, per qualcuno sono gli Xg, per altri la capacità di ripartire e di fare bel gioco... Poi c’è la cultura che ti dà il club che alleni: a Madrid serve ritmo e transizione, a Barcellona serve altro. È tutto relativo, ma il giocare bene è guardare le due squadre che sono in finale di Champions: serve saper fare gol, saperli non prendere, avere giocatori che saltano l’uomo, essere bravi sulle palle inattive, giocatori bravi in campo aperto ma anche nello stretto».

"Ho avuto la fiducia di Arteta". E sulla Juve...

Doveroso, poi, il ritorno ai suoi primi passi nel mondo del calcio: «Sognavo di diventare un calciatore, ma non ero abbastanza bravo con i piedi (ride, ndr). Ho avuto la fortuna di allenare: allenavo e giocavo - continua Cuesta -. A 18 anni ho scelto di mettere tutta l’energia in questa direzione e ho avuto la grande fortuna di fare un percorso in cui ho imparato da altri allenatori. I 5 anni all’Arsenal mi hanno aiutato molto. Volevo massimizzare l’opportunità con le mie qualità e attraverso l’ascolto. Già avevo in testa la possibilità di essere allenatore professionista. Ero stimolato, avevo 22 anni e tempo per prepararmi. Avevo un amico in comune con Arteta, l’inconsapevolezza di quando sei giovane mi ha portato a fare un’analisi profonda del Manchester City. E questo mio amico l’ha girata ad Arteta. Ovviamente era incosciente come idea, ma ho pensato che anche se non mi avesse risposto avrei imparato qualcosa. Poi per fortuna Mikel ha letto il mio report e dopo 3 mesi mi ha invitato a Maiorca, li l’ho conosciuto, ci ho parlato ed è iniziato un rapporto che poi ci ha portato a lavorare insieme. Ho avuto la sua fiducia, sapevo sarebbe stato difficile perché avevo tutto contro, ma sapevo anche che potevo trasmettere qualcosa che potesse fargli sentire il mio valore. Alla fine è quello, è quanto puoi dare, non quello che hai fatto in passato. Ha avuto il coraggio di portarmi li». Da lì, un breve approfondimento sulla sua esperienza a Vinovo, dove ha avuto modo di seguire da vicino il settore giovanile della Juventus: «Dopo l’Atletico, ho conosciuto l’allenatore della Juve che mi ha concesso di andare a Vinovo per vedere gli allenamenti e mi ha presentato Cherubini. Da lì è iniziato tutto». 

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