Pagina 1 | L’Italia di Rino: umiltà e unità

Sinner che sinnereggia, Kimi che domina il mondo, Bezzecchi che va in fuga ci hanno esaltato: l’allineamento astrale di una domenica bestiale per lo sport italiano è perfetto per lanciare la Nazionale verso il Mondiale, dopo i due umilianti fallimenti del 2018 e del 2022. Anche perché i tre fenomeni, questa sera, saranno davanti alla tv, come noi, insieme a noi, a fare un tifo indiavolato per mandare gli azzurri al Mondiale. Dieci milioni di teleultrà più loro tre: una spinta micidiale. Ce lo ha detto proprio Jannik che Italia-Bosnia non se la perde per nessuna ragione e ci ha gasato ancora di più, perché ci restituisce un senso di utilità e unità che lo sport italiano non ha sempre avuto (anzi…). 

Italia, il Mondiale come punto di partenza

È un meraviglioso punto di partenza di un altro punto di partenza, perché questo è, anzi deve essere, la partita di questa sera. Battendo la Bosnia a Zenica, andiamo al Mondiale, vero, ma non arriviamo da nessuna parte. La qualificazione deve accendere il motore per andare oltre la mera partecipazione e tornare a essere un movimento protagonista. La qualificazione non è un successo, ma un passaggio che va festeggiato, per carità, ma non celebrato come il raggiungimento dell’obiettivo. Il calcio italiano deve darsene di più ambiziosi, per una questione di tradizione e potenzialità. Essere un Paese dominante del calcio non è un presupposto della nostra Costituzione o un obbligo internazionale, ma se abbiamo un movimento che coinvolge emotivamente ed economicamente il 52% della popolazione totale e contribuisce al Pil per 12,5 miliardi di euro, è impensabile che non possa essere gestito in modo più proficuo sotto il profilo dei risultati finanziari e sportivi.

Nazionale, obiettivo ripartire da zero

Gli errori e le omissioni degli ultimi vent’anni ci hanno portato non solo ad avere un mare di debiti, ma a giocarci l’accesso a un Mondiale affrontando, un po’ tremebondi, la Bosnia. Non è una cosa bella, ma almeno la stiamo facendo con lo spirito giusto: il bagno di umiltà indotto da Gattuso ci ha riportato con i piedi per terra, ci ha insegnato a non sottovalutare nessuno, a essere concreti prima che belli, ritrovando il nostro dna calcistico. E, anche se risulta un po’ deprimente a pensarci, è giusta l’idea di affrontare uno spareggio con la Bosnia con il pathos con cui avremmo atteso un’Italia-Germania in semifinale. Adesso siamo questi, vincendo questa sera facciamo un passo avanti. Poi ne dovremo fare tanti altri e non solo in campo. La lezione che tutto il resto dello sport azzurro sta dando da cinque anni a questa parte deve ispirare il calcio. Ma serve studiare, imparare e distinguere.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Italia

Sinner e il modello funzionale del tennis azzurro

Jannik Sinner (e lo stesso si può dire per Kimi Antonelli) non è il frutto di un sistema che funziona, ma l’eccezione, la singolare epifania di un fenomeno che non si programma, ma accade per magia. Come un Totti o un Del Piero. Viceversa, le due Coppe Davis consecutive e sette italiani nei primi cinquanta della classifica Atp sono, invece, il prodotto di una progettualità scientifica, studiata e applicata con rigore e managerialità. Sinner capita, i Musetti, Cobolli, Sonego, Berrettini, Arnaldi e Darderi si fanno capitare. E lo stesso discorso vale per il volley (sia maschile che femminile), per l’atletica leggera, per il nuoto. Ognuno ha trovato la sua strada e creato un suo modello, che non è detto sia applicabile al calcio (anzi in certi casi è impossibile), ma ci sono due fattori che si ritrovano sempre: la coerenza nel portare avanti il progetto e l’unità del sistema nell’applicarlo. Un sistema che comprende Federazione, Leghe e club, nessuno si senta escluso. Unità e umiltà, quindi. Sono le chiavi per vincere questa sera e anche le chiavi per ricominciare a fare qualcosa di grande e di serio nel calcio italiano.

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Sinner che sinnereggia, Kimi che domina il mondo, Bezzecchi che va in fuga ci hanno esaltato: l’allineamento astrale di una domenica bestiale per lo sport italiano è perfetto per lanciare la Nazionale verso il Mondiale, dopo i due umilianti fallimenti del 2018 e del 2022. Anche perché i tre fenomeni, questa sera, saranno davanti alla tv, come noi, insieme a noi, a fare un tifo indiavolato per mandare gli azzurri al Mondiale. Dieci milioni di teleultrà più loro tre: una spinta micidiale. Ce lo ha detto proprio Jannik che Italia-Bosnia non se la perde per nessuna ragione e ci ha gasato ancora di più, perché ci restituisce un senso di utilità e unità che lo sport italiano non ha sempre avuto (anzi…). 

Italia, il Mondiale come punto di partenza

È un meraviglioso punto di partenza di un altro punto di partenza, perché questo è, anzi deve essere, la partita di questa sera. Battendo la Bosnia a Zenica, andiamo al Mondiale, vero, ma non arriviamo da nessuna parte. La qualificazione deve accendere il motore per andare oltre la mera partecipazione e tornare a essere un movimento protagonista. La qualificazione non è un successo, ma un passaggio che va festeggiato, per carità, ma non celebrato come il raggiungimento dell’obiettivo. Il calcio italiano deve darsene di più ambiziosi, per una questione di tradizione e potenzialità. Essere un Paese dominante del calcio non è un presupposto della nostra Costituzione o un obbligo internazionale, ma se abbiamo un movimento che coinvolge emotivamente ed economicamente il 52% della popolazione totale e contribuisce al Pil per 12,5 miliardi di euro, è impensabile che non possa essere gestito in modo più proficuo sotto il profilo dei risultati finanziari e sportivi.

Nazionale, obiettivo ripartire da zero

Gli errori e le omissioni degli ultimi vent’anni ci hanno portato non solo ad avere un mare di debiti, ma a giocarci l’accesso a un Mondiale affrontando, un po’ tremebondi, la Bosnia. Non è una cosa bella, ma almeno la stiamo facendo con lo spirito giusto: il bagno di umiltà indotto da Gattuso ci ha riportato con i piedi per terra, ci ha insegnato a non sottovalutare nessuno, a essere concreti prima che belli, ritrovando il nostro dna calcistico. E, anche se risulta un po’ deprimente a pensarci, è giusta l’idea di affrontare uno spareggio con la Bosnia con il pathos con cui avremmo atteso un’Italia-Germania in semifinale. Adesso siamo questi, vincendo questa sera facciamo un passo avanti. Poi ne dovremo fare tanti altri e non solo in campo. La lezione che tutto il resto dello sport azzurro sta dando da cinque anni a questa parte deve ispirare il calcio. Ma serve studiare, imparare e distinguere.

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Sinner e il modello funzionale del tennis azzurro