Stefano Mei, per una Nazionale di atletica leggera che sta riscrivendo record su record, in scia al momento d’oro vissuto dallo sport italiano, c’è una Nazionale di calcio che guarderà il Mondiale dal divano di casa per la terza edizione di fila: da dove partiamo?
«Dalle dichiarazioni a caldo del presidente Gabriele Gravina. Non ho avuto l’impressione che volesse dare al calcio un rilievo superiore rispetto agli altri sport, piuttosto mi è sembrato che il suo sia stato quasi un grido d’aiuto. La verità è che i referenti principali della Federcalcio sono i club italiani, ovvero società di capitali, per di più spesso in mani straniere, che fanno investimenti importanti e che, per questo, puntano ad avere un ritorno. Perché dovrebbero avere a cuore le sorti della Nazionale?».
Già, perché? «I tempi cambiano. Trent’anni fa, per un club, avere un giocatore in Nazionale era un vanto e un plusvalore. Ma oggi non è più così: si tratta di “prestare” ad altri un proprio tesserato, mentre si continua regolarmente a retribuirlo. E, infatti, durante le finestre internazionali, si assiste puntualmente a qualche “strano” infortunio. La Federazione, in termini economici, non ha modo di competere con le società».
Il ruolo di presidente della Fidal, quindi, è più semplice di quello della Figc? «Da questo punto di vista, in un certo senso, sì. La Federazione, nell’atletica, può intervenire direttamente a sostegno degli atleti, in maniera persino capillare. L’ho fatto in prima persona, all’inizio del mio mandato, aumentando la somma destinata agli azzurri di alto livello per prepararsi al meglio. E questo ha generato un circolo virtuoso: più risultati, più modelli positivi da imitare, più tesserati».
