Il salto nei big è il buco nero del talento italiano: problemi, riforme e parcheggio Primavera

Oltre gli slogan della campagna elettorale e i giochi di potere, proviamo ad analizzare i temi più urgenti da mettere in agenda per una rinascita tecnica ed economica

Per lo meno lo sanno. È già un punto di partenza. Da anni, il Report Calcio della Figc avverte: la dispersione del talento giovanile è un rischio enorme. Su 2.400 calciatori tra 15 e 21 anni, tesserati per club di Serie A 10 anni fa, oggi solo il 4,5% gioca in A. Il 78% è nei dilettanti o ha smesso: il talento, se ha resistito alla noia dello scuole calcio, si perde dopo, proprio al momento cruciale. Il passaggio dal settore giovanile al calcio dei grandi, più che un filtro, diventa il buco nero del calcio italiano. Oggi i giovani che arrivano dai vivai giocano il 9% dei minuti complessivi in Serie A: in Spagna il 21%, in Francia il 14%, in Germania e Inghilterra il 13%. Non è esterofilia sostenere che altrove facciano meglio, per scelte programmatiche che da noi latitano. In Francia la formazione giovanile ha una forte impronta federale, che ha nel centro di Clairefontaine, fondato nel 1988, un'eccellenza. Non l’unica, in una rete ramificata in cui il ruolo della Fff è chiaro: intercetta il talento, lo standardizza in strutture nazionali o regionali, lo consegna ai club.

I vantaggi economici

I vantaggi sono pure economici: la Ligue 1 è il primo campionato al mondo per entrate da trasferimenti internazionali di giocatori formati in patria, con 3,98 miliardi di euro nell’ultimo decennio. Il modello tedesco nasce dalle difficoltà di inizio millennio: la Dfb ideò il Talentforderprogramm, la Bundesliga rese obbligatorie le academy per i club dei primi due campioanti. Il segreto è la capillarità, grazie a 339 Stutzpunkte diffusi sul territorio. In Spagna, un sistema giovanile già più produttivo ha ricevuto un grosso boost grazie al Plan Nacional de Optimizacion y Mejora de Canteras varato nel 2022 e collegato a LaLiga Impulso, finanziato dall’accordo con Cvc. I club oggi ricevono contributi non tanto per l’impiego di giovani, ma per l’adeguamento di strutture e personale. Che poi è l'idea alla base della riforma Zola in Lega Pro. In Italia, la difficoltà sta nell'incomunicabilità Figc/club. Colpisce la differenza tra i risultati delle selezioni giovanili italiane e la fatica delle società. C'è poi un Paese eterogeneo: in Lombardia si contano quattro Centri Federali Territoriali; in Campania, Friuli ed Emilia Romagna, zero. Nel 2018, in occasione dell'ultimo commissariamento Figc, l'Italia ha accolto le seconde squadre, in ritardo: il Real Madrid Castilla, per dire, è stato fondato nel 1930. L’esperienza italiana ha nel complesso ricalcato i modelli europei, con il divieto di giocare nello stesso campionato della prima squadra e piccole differenze trascurabili. Il primo avversario è il tempo: per anni la Juve è stata sola, e ne ha raccolto i frutti in campo (Yildiz su tutti) e a bilancio. Sono arrivate Atalanta, Milan e Inter, ma è ancora presto.

Le dinamiche di inserimento

L'altra questione è legata alle dinamiche di inserimento: oggi le seconde squadre partono dalla Serie C in caso di ripescaggio, la cui ufficialità arriva in estate. Chi è interessato o arriva pronto, con il rischio che non ci sia posto, oppure deve organizzare tutto, dalle strutture al personale, a tempo record. Non aiuta che il campionato Primavera abbia alzato, due stagioni fa, il tetto massimo d’età a 20 anni. L’obiettivo era ammorbidire il salto dal calcio giovanile a quello professionistico: lo stesso delle seconde squadre. Oggi, non è raro vedere esibirsi calciatori che altrove sarebbero già “grandi”. Per di più allenati per vincere il campionato. Qui il problema è culturale: basti pensare alla distanza con l’Az Alkmaar, società olandese che lavora con le neuroscienze e fino ai 16 anni non prevede tattica. Un altro pianeta. A completare il quadro, l’abolizione definitiva del vincolo sportivo dilettantistico. Da un eccesso all’altro: prima i giovani erano costretti a pregare - o pagare - le società per liberarsi, un’ingiustizia. Oggi, però, sono liberi a fine stagione, senza riconoscimento economico per chi li ha formati se non indennizzi lontani dal reale valore di mercato. Il risultato? Disincentivare le società a investire, per il rischio di vedersi scippate senza poter fare nulla.

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