L'Italia non è un Paese per giovani. Lo diventerà

Mentre l’Arsenal fa esordire un quindicenne (Dowman), noi aumentiamo l’età della Primavera, cacciandoci dentro i ventenni

L’Italia non è un Paese per giovani. Non lo è da nessuna parte, in nessun settore della società, quindi perché dovrebbe essere proprio nel calcio, che riflette sempre molto fedelmente pregi e difetti nazionali? Il Barcellona spedisce in campo, e durante partite di Champions, gente di sedici o diciassette anni, da noi quando un ventitreenne gioca titolare in una grande squadra viene definito senza indugio un «giovane» (e giovane rimane, più o meno, fino a ventisei anni). E non è solo una questione di punti di vista, anche nelle regole seguiamo questa filosofia: perché mentre l’Arsenal fa esordire un quindicenne (Dowman), noi aumentiamo l’età della Primavera, cacciandoci dentro i ventenni. Cioè: noi teniamo al calduccio, a giocare con i pari età, calciatori di venti e, in certi casi ventun’anni, i cui coetanei spagnoli hanno un centinaio di presenze nella Liga. È chiaro che stiamo sbagliando. E i motivi sono due: uno culturale e uno economico.

Giovani e sostenibilità economica nel calcio italiano

Quello culturale è legato all’atavica sfiducia che i dirigenti e gli allenatori italiani hanno nei confronti dei giovani: nella migliore delle ipotesi sostengono di non «volerli bruciare» perché ci sono molte pressioni in Serie A, nella peggiore dicono «che con i giovani non si vince» (o non ci si salva, a seconda del club). Quello economico è perché finora non era necessario puntare sui giovani.

Negli Anni '90 e nella prima decade del 2000 eravamo ricchi (in certi momenti i più ricchi), quindi compravamo campioni già fatti. Perché prendersi la scocciatura di cucinare quando si può andare al ristorante (stellato) tutti i giorni? Che cucinino gli altri! Oggi facciamo ancora finta di essere ricchi, ma possiamo permetterci giusto qualche pizzeria (e non quelle di Briatore). Nei prossimi cinque anni (che si annunciano di vacche ancora più magre) realizzeremo - piaccia o non piaccia - che investire seriamente nei settori giovanili e inserire, un po’ alla volta, i giovani del vivaio nelle squadre è più conveniente e, in certi casi, l’unica strategia che possiamo permetterci per mantenere la competitività. Dove non arriva la cultura, ci porterà la povertà.

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