Non è una Serie A per giovani... italiani: neanche il 2%! Il dato che dice tutto

Le normative non aumentano i campioni, anche se comprare in Italia non è conveniente. Il tema dello Ius soli sportivo è quanto mai urgente

Non è un campionato per giovani. Figuriamoci per italiani. La Serie A, oltre a essere uno dei tornei più vecchi d’Europa - ma la Liga ha età media più alta -, è quello in cui giocano meno selezionabili per la Nazionale: in questo campionato, gli Under 21 italiani hanno giocato solo l’1,9% dei minuti, contro il 67,9% degli stranieri (di ogni età). Come ha evidenziato Gravina, nella perplessità della A per un certo cherry picking, è il sesto peggior dato europeo. Il massimo campionato è terra straniera, come il 68,5% dei tesserati.

Solo la Premier...

Tra i big five fa peggio solo la Premier (72%), mentre in Liga sono il 43,7%. Ammesso che il problema sia il numero e non la qualità, il decreto crescita c’entra poco: nel 2018/19 i calciatori non italiani erano solo il 45,6% e nel 2023/24 - fu abrogato a stagione in corso - si chiuse al 59,4%. In due anni, però, la quota è salita ancora. Hanno contribuito i calcoli di convenienza spicciola dei club, ma anche un aspetto normativo di recente citato dal presidente di Lega, Simonelli. Le trattative tra club italiani necessitano di liquidità immediata o di garanzie che all’estero non richiedono. È sempre questione di soldi.

Incentivi e regole: perché non funzionano davvero

Le misure per incentivare l’impiego di italiani, magari giovani, sono state diverse. Sulla falsariga della Uefa, vige in Italia la regola delle rose da 25, di cui 4 formati nel vivaio del club e 4 in quello di altre squadre nazionali, esclusi gli under. Gli effetti sono stati minimi, anche perché la versione italiana è molto ammorbidita.

Già nel 2022 proprio Gravina invitava a riflessioni, che in quattro anni non hanno portato a nulla. Ben prima del ko in Bosnia, la Serie A aveva chiesto e ottenuto l’esclusione dal calcolo dell’indicatore del costo del lavoro allargato degli ammortamenti per l’acquisto di Under 23 italiani. All’impiego dei giovani è poi legato l’1,1% della ridistribuzione dei diritti tv in base all’ultimo ritocco della legge Melandri.

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Proposte e limiti: dall’obbligo Under alla realtà dei fatti

L’ultima proposta è di Luciano Spalletti, che vorrebbe l’obbligo di un Under 19 in campo. Il tecnico della Juventus non allena nelle serie minori da decenni e si vede. L’obbligo di Under è stato in vigore per anni, per esempio in Serie C, dando vita a un florido mercato di giovani, per lo più terzini, comprati all’ultimo pur di averne qualcuno e finiti nel dimenticatoio l’anno dopo. Proprio in C, oltre al minutaggio, è stata varata dalla governance Marani la riforma Zola, che lega la premialità a investimenti strutturali e di personale. Un cambio di prospettiva che servirebbe a tutto il calcio italiano.

Modelli europei e vincoli legali: il caso Bundesliga

La questione dell’impiego obbligatorio di calciatori nazionali è delicata. Tra i grandi campionati, l’unico a prevedere regole in merito è la Bundesliga, che impone ai club almeno 12 giocatori selezionabili per le nazionali tedesche, di cui 8 formati in Germania.

Oltre a Spalletti, anche Abodi si è detto possibilista, mentre Gravina ha bollato la cosa come «impossibile». Una granitica giurisprudenza comunitaria pare dargli ragione.

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Professionismo, ius soli sportivo e ritardo italiano

La questione, peraltro, ne intercetta altre due. La prima è quella toccata proprio dall’uscita di Gravina a Zenica: «Il calcio è uno sport professionistico, gli altri dilettanti». Infelice per tempi, modi e luogo, ma chi si è scandalizzato non ha tenuto conto del fatto che fosse vero. In Italia solo sei sport sono professionistici: calcio, golf, basket, pugilato, ciclismo e motociclismo. Gli altri sono formalmente dilettantistici e, se la pallavolo può prevedere un minimo di tre italiani in campo è perché deve fronteggiare meno restrizioni.

Infine, un tema di politica pura: Lamine Yamal è uno spagnolo di seconda generazione. Tutte le grandi nazionali attingono alla diversità che la storia o la cronaca offrono. L’Italia scesa in campo in Bosnia aveva il solo Kean, più l’oriundo Retegui. Il talentuoso Honest Ahanor, con Jeff Ekhator gli unici Under 19 italiani ad aver giocato almeno il 50% delle giornate di campionato, ha dovuto aspettare i 18 anni per vestire l’azzurro. Nonostante i piccoli passi avanti sullo ius soli sportivo, siamo fuori dal tempo.

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Non è un campionato per giovani. Figuriamoci per italiani. La Serie A, oltre a essere uno dei tornei più vecchi d’Europa - ma la Liga ha età media più alta -, è quello in cui giocano meno selezionabili per la Nazionale: in questo campionato, gli Under 21 italiani hanno giocato solo l’1,9% dei minuti, contro il 67,9% degli stranieri (di ogni età). Come ha evidenziato Gravina, nella perplessità della A per un certo cherry picking, è il sesto peggior dato europeo. Il massimo campionato è terra straniera, come il 68,5% dei tesserati.

Solo la Premier...

Tra i big five fa peggio solo la Premier (72%), mentre in Liga sono il 43,7%. Ammesso che il problema sia il numero e non la qualità, il decreto crescita c’entra poco: nel 2018/19 i calciatori non italiani erano solo il 45,6% e nel 2023/24 - fu abrogato a stagione in corso - si chiuse al 59,4%. In due anni, però, la quota è salita ancora. Hanno contribuito i calcoli di convenienza spicciola dei club, ma anche un aspetto normativo di recente citato dal presidente di Lega, Simonelli. Le trattative tra club italiani necessitano di liquidità immediata o di garanzie che all’estero non richiedono. È sempre questione di soldi.

Incentivi e regole: perché non funzionano davvero

Le misure per incentivare l’impiego di italiani, magari giovani, sono state diverse. Sulla falsariga della Uefa, vige in Italia la regola delle rose da 25, di cui 4 formati nel vivaio del club e 4 in quello di altre squadre nazionali, esclusi gli under. Gli effetti sono stati minimi, anche perché la versione italiana è molto ammorbidita.

Già nel 2022 proprio Gravina invitava a riflessioni, che in quattro anni non hanno portato a nulla. Ben prima del ko in Bosnia, la Serie A aveva chiesto e ottenuto l’esclusione dal calcolo dell’indicatore del costo del lavoro allargato degli ammortamenti per l’acquisto di Under 23 italiani. All’impiego dei giovani è poi legato l’1,1% della ridistribuzione dei diritti tv in base all’ultimo ritocco della legge Melandri.

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