Abete: "Ct Italia? Il vero problema è un altro. La Spagna serva da esempio". E sul caso Balogun...
Presidente Abete, un mese fa l’elezione di Giovanni Malagò, con lei come sfidante. Cosa ha rappresentato quel percorso? «Un’occasione di confronto, a mio avviso sempre utile. L’unanimismo non favorisce il dibattito: le due candidature, al di là del fatto che l’esito fosse scontato vista la posizione delle componenti tecniche, hanno alimentato una dialettica sui problemi. Penso lasci tracce e riflessioni anche per quello che viene dopo: la competizione arricchisce, è una dimensione sempre positiva, specie se rispettosa». Si aspettava che non ci fosse ancora il commissario tecnico? «Io stesso nel programma elettorale ho detto che andavano separati i ruoli di presidente della Figc e del Club Italia, quindi non posso che condividere il metodo di Malagò. C’è voluto del tempo per sciogliere il nodo della disponibilità di Paolo Maldini, e poi di Leonardo. Quando mi dimisi nel 2014, le elezioni avvennero addirittura l’11 agosto, il ct arrivò ancora dopo: si poteva pensare che ci volesse meno, ma siamo ancora in tempo».
"Non è tempo di sperimentare"
Lei aveva in mente un nome? «Non ho mai fatto nomi e non li farò ora. All’epoca parlavo da candidato presidente e non posso che ribadire il mio pensiero, anche se oggi devo solo rispettare il mio ruolo, di presidente della Lega Nazionale Dilettanti, e i ruoli altrui. Ho sempre detto che pensavo ci fosse la possibilità di trovare un tecnico di alto livello in Italia. C’è stato un momento in cui si parlava della possibile conferma di Silvio Baldini: al di là dell’apprezzamento per il suo lavoro, dopo tre mancate qualificazioni ho sempre detto di ritenere necessario qualcuno in grado di ottenere risultati nel più breve tempo possibile. Oggi posso solo attendere e rispettare le decisioni». Il suo identikit assomiglia molto al profilo di Antonio Conte… «Io non ho fatto nomi, ma solo riferimento al fatto che ci siano tecnici italiani di qualità. Non penso sia tempo di sperimentare. Poi, ripeto, oggi ho un ruolo diverso: rispetto le istituzioni e faccio il tifo». È davvero il ct il nodo centrale per il rilancio? «Penso di no. Siamo tutti consapevoli che il problema della competitività riguarda i giocatori: ne abbiamo di ottimi, ma non c’è la stessa qualità di 10-15 anni fa. Non s’offenda nessuno, penso sia un dato di fatto». Come ci siamo arrivati? «Eh, come ci siamo arrivati… Le riflessioni dell’ormai ex presidente federale, Gabriele Gravina, dopo le sue dimissioni, testimoniano un’inversione delle priorità: troppa tattica, poca tecnica. Poca intensità, pochi dribbling, poca qualità personale: è una dimensione culturale andata avanti negli anni, che si è consolidata e ci ha resi meno competitivi. E poi c’è il poco utilizzo dei giovani: abbiamo ottimi risultati con le nazionali giovanili e la seconda peggior posizione per impiego di ragazzi a livello europeo. Il ct conta, ma dal 2006 a oggi ne abbiamo avuti di importanti, senza continuità di risultati».
"Mondiale? Ho tifato per le europee"
Visti i presupposti del nuovo corso federale, si aspetta maggiore disponibilità della Serie A? «Quella politica della Lega è evidente anche con gli interventi del presidente Simonelli e di alcuni dirigenti. Poi le intenzioni vanno messe alla prova dei fatti e abbinate alle scelte dei club: i fondi internazionali sono sempre più proprietari delle nostre squadre, e hanno evidentemente le loro esigenze. Penso, però, che valorizzare i giovani faccia comodo anche a loro». Sfruttiamo poco il serbatoio degli italiani di seconda generazione? «Senza dubbio si può fare di più. Il nostro Paese nasce con un livello di integrazione diverso rispetto a Francia, Portogallo o Spagna. Ci sono dei motivi storici: si può fare meglio, ma non è la panacea di tutti i mali». Ha seguito il Mondiale? «Nei limiti del possibile, visti gli orari: alcuni erano impraticabili… Ho tifato per le europee: mi sembra che il risultato sia stato positivo. E forse c’è da sottolineare il fatto che l’Europa sia sottostimata: resta lo zoccolo duro della competitività del calcio, al netto della necessità di inseguire nuovi orizzonti e nuovi mercati». Si è divertito? «La prima parte è stata un po’ stancante: era un Mondiale che accontentava. Poi, quando sono diventati decisivi gli scontri diretti, ha iniziato a selezionare ed è diventato un torneo più interessante».
Il caso Balogun
Che idea si è fatto del caso Balogun? «L’hanno commentato tanti, mi sembra tutti allo stesso modo: condivido tutte le cose negative che sono state scritte e dette. Non è stato un passaggio edificante». Il calcio rischia sempre ingerenze dalla politica? «È naturale. Parliamo di una realtà di grande interesse mediatico, trasversale come può essere quello della politica». La lezione per l’Italia? «Beh, è stato bello vedere la Spagna, con il suo stile, la sua attenzione alla tecnica e non alla tattica. Sanno tutti giocare il pallone, dal terzino all’attaccante».
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