Dopo il pareggio del suo Brasile contro il Marocco e le critiche ricevute dalla stampa, Carlo Ancelotti aveva risposto in maniera netta: «Il Mondiale non si vince alla prima partita». Una frase che Luis de la Fuente dovrebbe far stampare e appendere nel ritiro della Spagna per tirare su il morale delle sue truppe. E già, perché il grigio debutto della Roja, campione d’Europa in carica, non è una sentenza, ma rappresenta senza dubbio un serio campanello d’allarme. Una Spagna lenta, prevedibile, incapace di trasformare il possesso palla in una reale superiorità offensiva. Una versione del tiki-taka che richiama più i momenti meno felici del passato che non la squadra brillante e verticale costruita da De la Fuente negli ultimi anni. Ed è proprio questo l’aspetto più sorprendente. Perché il commissario tecnico spagnolo, da quando ha preso in mano la Nazionale, aveva dimostrato di non essere un integralista del possesso fine a se stesso. La sua Spagna aveva saputo cambiare pelle quando necessario: più aggressiva, più verticale, capace di alternare dominio territoriale e abilità a colpire negli spazi. Contro Capo Verde, invece, quando il piano iniziale non ha funzionato, è mancata una strategia alternativa.
Lo spartito è rimasto lo stesso
Lo stesso De la Fuente lo ha riconosciuto assumendosi le proprie responsabilità: «Dobbiamo migliorare tutti, io per primo». Dopo una sola partita sarebbe ingeneroso cercare di individuare colpevoli anche se è chiaro che, per la prima volta, il ct riojano non è riuscito a trovare una soluzione immediata ai problemi della propria squadra. Il segnale più evidente è arrivato dalla gestione dei cambi. La Spagna ha aspettato oltre 70 minuti prima di intervenire e l'ingresso di Lamine Yamal e Mikel Merino non ha cambiato realmente il sistema di gioco: lo spartito è rimasto lo stesso nonostante fosse evidente che gli avversari avevano ormai trovato il modo di neutralizzarlo. Capo Verde non ha avuto bisogno di dominare per raggiungere il proprio obiettivo, ma di eseguire perfettamente il piano preparato da Bubista. Rodri, al termine della partita, ha invece portato in zona mista la poca lucidità che aveva ostentato in campo, assicurando che Capo Verde «non ha superato il centrocampo». Un dato reale, ma anche una lettura sbagliata della partita: «Se giochi alla pari contro certe Nazionali - la risposta di un più lucido Diney Borges - rischi di soffrire molto. Noi siamo stati pragmatici e abbiamo giocato con le nostre armi».
Nessuno regala nulla
Ed è proprio questo il punto. Capo Verde è riuscita a declinare in campo quello che aveva preparato in allenamento, la Spagna no. Il possesso palla del 74% non è bastato a garantire il controllo della partita, perché avere il pallone non significa necessariamente comandare. Lo dimostra anche un dato curioso ma significativo: i ragazzi di Bubista hanno commesso appena un fallo in tutta la partita: un record e un’ode al calcio difensivo, considerato che stiamo parlando di una squadra che ha difeso per 90 minuti nella propria metà campo. Ed è per questo motivo che ha ragione Unai Simón quando ha ricordato ai suoi compagni che «non basta avere un ranking superiore per vincere le partite». La Spagna resta una delle favorite del torneo, ma il debutto contro Capo Verde ha ricordato a De la Fuente e ai suoi giocatori che al Mondiale nessuno regala nulla.
