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Oreggia: La Juve, Ventura e una app
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Oreggia: La Juve, Ventura e una app

La sfida contro il Genoa valeva tanto, più dei tre punti che consentono ai bianconeri di abbandonare i bassifondi della graduatoria. Ma forse, più ancora della Juventus e alla pari dell’Inter, ieri è stata la domenica del Torinotwitta

lunedì 21 settembre 2015

di Vittorio Oreggia

TORINO - Comanda sempre di più l’Inter: lo racconta la classifica in modo inconfutabile, lo esplicitano in maniera altrettanto chiara le prestazioni della squadra di Mancini, più fisica che tecnica d’accordo, però Squadra con la esse maiuscola. Quattro vittorie di fila non si ottengono né per caso né per grazia ricevuta: e di questo dettaglio non trascurabile devono tenere conto tutti. In primo luogo la Juventus che ieri, nel caotico Marassi, uno stadio che ha sempre prodotto partite pelose, è riuscita a sbloccarsi anche in campionato. Non importa come, importa che Manchester non sia stato un episodio isolato. La sfida contro il Genoa valeva tanto, più dei tre punti che consentono ai bianconeri di abbandonare i bassifondi della graduatoria. Un autogol del portiere e un rigore sono abbastanza per riportare la barca in linea di galleggiamento, il prossimo avversario è morbido (Frosinone), quello dopo ancora tostissimo (Napoli), ma al San Paolo i campioni d’Italia si presenteranno con un altro appeal. Per il resto, immaginiamo che la società abbia capito come il lavoro non sia finito qui: c’è ancora da mettere ordine a livello tattico, c’è ancora da limare alcuni difettucci strutturali, c’è ancora da perfezionare alcuni sincronismi, ammesso che l’argomento interessi.

LA DIFESA - Il tempo, comunque, non manca. Ieri, ad esempio, abbiamo scoperto che Lemina non è affatto male; che Cuadrado, in questo momento e in questo contesto, può fare la differenza; che la difesa può pure chiudere una gara senza gol. La Juventus non era diventata all’improvviso un ammasso di pippe così come non è ridiventata un gruppo di marziani oggi. O martedì scorso. D’accordo, a volte un risultato insperato (vedi Manchester) porta a un uso eccessivo dell’enfasi, ma in fondo il calcio è bello (e unico) perché genera emozioni, contorcimenti, passioni. Per onestà di giudizio, non è che la Juventus sia tornata la medesima dell’anno scorso e nemmeno di due anni fa, ma si sta avvicinando a una versione più credibile di quella vista nelle prime tre gare di campionato e, in parte, nella Supercoppa, a dispetto del trionfo ai danni della Lazio. Un restyling presuppone l’uso della pazienza, perché non tutto si incastra in un battibaleno, perché bisogna sbagliare - tanto, nello specifico - per rendersi conto di qual è la strada da battere. Il tridente camuffato (Mandzukic più Cuadrado più Morata) pare possa rappresentare una soluzione affidabile, al netto del fatto che lo spagnolo sia uscito di scena per un incidente muscolare: nei prossimi giorni se ne saprà di più sulla reale entità dell’infortunio, certo che sarebbe l’ennesima iattura (?) di una stagione cominciata con la luna storta.

IL TORO - Forse, più ancora della Juventus e alla pari dell’Inter, ieri è stata la domenica del Torino. E’ necessario andare indietro di 22 anni per ritrovare i granata così ben messi, ma pure in questo caso, al di là della classifica, è il modo in cui la formazione di Ventura ha conquistato il terzo successo a dare forza al suo valore e a capitalizzare le strategie di un mercato di spessore. Il Torino pratica del buon calcio e rischia poco; il Torino ha solidità e genio: Acquah e Bruno Peres ieri con la Samp; Baselli con Verona e Fiorentina, quasi sempre Quagliarella, autore di una doppietta. Poi capitan Glik. Poi... Non scopriamo sicuramente a metà settembre 2015 quanto sia bravo Ventura, un allenatore che sa cavare il massimo da giovani e vecchi senza vantarsi troppo e senza fare il fenomeno la prima volta che alza la testa. Alla sua veneranda età - ce lo consenta, Giampiero... - andrebbe preso ad esempio da colleghi vicini e lontani. Gli regaliamo un’idea: crei pure lui una App, vanno di moda e fanno figo. Quest’anno per la verità lo ha aiutato parecchio Cairo, comprando i giocatori giusti e resistendo alla tentazione di vendere tutti i pezzi pregiati: i no per Maksimovic e Bruno Peres sono costati al presidente granata quasi trenta milioni di euro, però adesso può godersi il secondo posto in solitaria, l’abbraccio della sua gente e può tenere in caldo l’ambizione di riconquistare l’Europa. Per riaggancciarsi al “poi” di cui sopra, c’è un altro sogno, proibitissimo. Ma la vita senza sogni, che vita è?

Tags: JuventusTorinoEditoriale

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