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Costanzi: «Atalanta, bravi di corsa»
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Costanzi: «Atalanta, bravi di corsa»

Il responsabile del settore giovanile nerazzuro: «Didattica e agonismo. Per simulare la scuola di strada»

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venerdì 22 settembre 2017

di Stefano Salandin

TORINO - «La responsabilità di un settore giovanile come quello dell’Atalanta è un compito emozionate ed estremamente gratificante: ci sono tradizione, storia e, anche, aspettative». Maurizio Costanzi, 60 anni, da quattro ha raccolto l’eredità di un “monumento” come Mino Favini e lo ha fatto coniugando l’enorme capitale sedimentato dal lavoro dei predecessori con la novità imposte dal calcio moderno. Arrivato a Zingonia con il ds Giovanni Sartori, che lo ha caldamente consigliato a Percassi, aveva già in bacheca un campionato Primavera conquistato con il Chievo (non esattamente una grande...) e ha continuato a vincere anche a Bergamo. Ma, soprattutto, ha proseguito sulla strada delle “formazione” dei calciatori, prima ancora che nella ricerca della vittoria: «Fino a una certa età privilegiamo la formazione, però è inutile fare gli ipocriti: si gioca per vincere anche quando si fanno le partite di calcetto tra amici, quindi... Poi, certo, in Italia l’attenzione è troppo spostata sul risultato a scapito della formazione e dell’insegnamento. Non a caso in Spagna i genitori, quando i figli tornano dagli allenamenti, chiedono se si sono divertiti, in Italia se hanno vinto. Per noi è molto importante considerare la prestazione prima ancora del risultato anche se, non lo nego, questo può condizionarci nelle fasi finali quando servirebbe maggiore abitudine a vincere: anche su questo lavoreremo per trovare una giusta via di mezzo».
Su un aspetto, in ogni caso; a Zingonia, non si deroga: il predominio del “pallone” sul resto: «La tradizione della tecnica, qui, c’è e ci sarà sempre: “io e la palla”, poi “io, la palla e i compagni” sono i due capisaldi del nostro calcio. Poi, però, oggi sono importanti altri aspetti come la struttura fisica, la corsa e l’intensità. Nel calcio di oggi la prestazione atletica abbinata alla tecnica è fondamentale. Potremmo sintetizzare così: didattica e tenuta agonistica devono essere abbinate».
Costanzi crede fortemente nel lavoro di gruppo: «Un dinamico cambiamento che deriva dal confronto continuo tra gli allenatori e i preparatori atletici. E poi c’è il monitoraggio continuo dei ragazzi non solo sotto l’aspetto calcistico perché sappiamo bene come, qui con noi, facciano un importante percorso di vita». Da qui al radicamento sul territorio il passo è brave: «Ed è un aspetto importantissimo, a cominciare dalla dirigenza - con il presidente Antonio e il figlio Luca presenze costanti - fino a tutto ciò che rappresenta la ”Dea”. Ma da solo non può più bastare. Ho analizzato molto il fenomeno identitario dei Paesi Baschi che, però, resiste in una comunità di 12 milioni di persone. Qui non sarebbe possibile e per questo serve un continuo re-investimento attraverso lo scouting di nuovi calciatori: un’attività, del resto, in cui l’Atalanta è sempre stata all’avanguardia. Poi, inseriti in questo ambiente e con questa didattica, il percorso si compie». Costanzi ha idee all’avanguardia sul calcio, ma anche sull’arretratezza del nostro sistema- paese che paga i ritardi sullo ius-soli e sull’integrazione tra sport e scuola: «Siamo indietro anni luce rispetto a Germania, Francia, Belgio, Austria e molti altri. Loro riescono a fare anche 8 allenamenti alla settimana, noi fatichiamo a metterne insieme due tra i più giovani. E meno si sta con il pallone, meno si impara il calcio: quello che una volta si imparava per strada. Quelle cinque ore di “calcio di strada” al giorno, adesso si fa fatica a metterle insieme in una settimana. E il sistema scuola non aiuta...». Già: è il paese che è fermo, non il calcio.

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