Incontri, picconate, politica e zero idee

La corsa alla presidenza della Figc prosegue senza dibattito sul programma di riforme

A meno di un mese dalla presentazione delle candidature per la presidenza della Figc e, contestualmente, dei relativi programmi, non vi è traccia di idee nel dibattito pubblico. In compenso c’è tutto il campionario delle peggiori campagne elettorali. Anche se la battaglia più dura non è fra i due teorici candidati, Malagò e Abete, ma fra la Serie A e il Governo. Da una parte c’è Marotta, al comando di un fronte molto compatto, che vuole scongiurare il commissariamento; dall’altra c’è Lotito che il commissario lo vorrebbe a tutti i costi e il ministro Abodi sembra proprio della stessa opinione. Nel solco più tradizionale della politica italiana, quindi, si sta formando una coalizione “contro qualcosa” (il commissario) più che “a favore di qualcosa” (le riforme). Una premessa che ha spesso reso  fragili le maggioranze, tant’è che Malagò ha iniziato una serie di incontri con le componenti per cercare consensi e mettere insieme un’agenda, in modo aggiungere qualcosa in più al mero pericolo del commissariamento, stilando un programma di riforme condiviso. Lunedì vedrà la Serie A (che sarà impegnata in assemblea al mattino); martedì ha appuntamento con la Serie C (e in quel giorno il presidente Marani vedrà anche Abete); a seguire, Malagò si incontrerà con Assocalciatori, Assoallenatori e con lo stesso Abete, nella veste di presidente dei dilettanti. E proprio quell’incontro potrebbe essere la chiave delle elezioni.

I paletti di Abete

Abete, infatti, ha indirettamente ribadito che non vuole fare il presidente federale e che la sua candidatura è propedeutica a mettere dei paletti sull’agenda delle riforme. Se i due trovassero una linea comune, quindi, non è da escludere che Abete ritiri la candidatura. Si ha la netta impressione, infatti, che il calcio italiano voglia evitare un pericoloso scontro alle urne e arrivare al voto con un candidato gradito a tutti: insomma, il presidente vogliono eleggerlo prima di votarlo. Anche perché già è difficile combinare qualcosa con una maggioranza larga, figurarsi se dovesse essere risicata. Già, ma che cosa? Cioè, qual è il programma che il calcio italiano vuole mettere darsi per uscire dalla crisi? Non si sa. Cioè, finora ci sono stati accenni molto vaghi, ma un discorso articolato e compiuto non si è ascoltato. Si spera negli incontri della prossima settimana, ma intanto registrano gli attacchi del fronte Abodi-Lotito e il serrare le fila degli altri, nient’altro.

Il futuro tavolo con il Governo

Curioso che, una volta eletto, il presidente della Figc (Malagò, Abete o un eventuale terzo candidato) dovrà andare dallo stesso Governo, contro il quale il calcio si sta alleando, per bussare a quattrini. La richiesta di una quota delle scommesse (si parla di un, tutto sommato legittimo, 1%), dell’abolizione del divieto degli sponsor di betting e il ritorno del decreto crescita andrà fatta proprio a chi, in questo momento, vorrebbe commissariare.

Ma anche questo è uno scenario piuttosto italiano. I problemi del calcio italiano, intanto, sono lì ed erano lì anche prima di Bosnia-Italia che ha avuto solo l’effetto di scoperchiarli. Fare finta di non vederli, concentrandosi sull’elezione di un presidente, per quanto figura taumaturgica dello sport italiano, non li farà scomparire. E, fidatevi, il rischio di non andare neppure al Mondiale del 2030 è uno dei più piccoli.

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