«Calciopoli non ha insegnato niente di specifico. Ma ha ribadito un concetto, che non bisogna mai distrarsi, che è poi è una regola della vita. L’esperienza che si trae da quella vicenda è che comunque anche quando una cosa funziona dopo un po’ deve terminare. Penso adesso alla questione dell’arbitraggio. Appena eleggono il nuovo presidente della Figc devono decidere sulla riforma o meno. Qualsiasi formula si adotti è bene che dopo 4 o 5 anni si cambi». L’ex presidente federale Franco Carraro (in un’intervista a Lapresse) ha ripercorso quella vicenda da cui fu prosciolto dall’accusa di frode sportiva nel 2009. «Il calcio ciclicamente ha di queste vicende, è così dagli anni ’80. Sarebbe utile nel calcio che l’organo di controllo faccia degli accertamenti a campione sulle persone. Bisogna sempre ricordarsi una cosa, che i giudici sportivi non hanno le intercettazioni, non possono pedinare le persone. Bisognerebbe studiare una collaborazione tra organi di giustizia e fare qualche controllo per cercare di mettere preoccupazione. Dopo che succede uno scandalo c’è sempre tensione e poi si molla».
Il retroscena su Collina, Bergamo e Pairetto
«Calciopoli fu una storia di potere arbitrale nell’ambito del calcio. Una vicenda seria, grave e molto particolare della quale penso di sapere qual è stata l’origine e come si è sviluppata. Era il giugno del 2004 e i due allora designatori arbitrali Bergamo e Pairetto mi sembrava avessero operato abbastanza bene. In quei cinque anni avevano vinto lo scudetto quattro squadre diverse, fatto non abituale nel calcio italiano. Mi sembrava che il campionato 2003/04 fosse andato complessivamente bene, ma secondo il mio punto di vista il designatore arbitrale è un po’ come chi riveste il ruolo nelle Procure della Repubblica, dopo 4 o 5 anni si deve cambiare. Chiesi di incontrare l’allora arbitro Pierluigi Collina con l’impegno della assoluta segretezza. Gli proposi di smettere in quello stesso anno e di assumere il ruolo di designatore. Collina si riservò di pensarci poi mi disse di no. Non feci più nulla. Anni dopo, in una trasmissione di History Channel su Calciopoli, scoprii che Collina l’aveva detto a Meani (ai tempi addetto agli arbitri del Milan, ndr) e quest’ultimo lo aveva riferito ai confermati Bergamo e Pairetto. I due a quel punto pensarono di appoggiarsi a Moggi. Ho sbagliato, avrei dovuto cambiarli comunque lo stesso. Ho però delle giustificazioni».
Juventus, Moggi e il peso delle decisioni
«Non giudico le sentenze sportive e della magistratura, però la Juventus era una squadra fortissima e non aveva neanche bisogno di due o tre aiuti che poi si è visti ci sono stati. Ricordo ad esempio il rigore concesso nella sfi da contro la Roma per un fallo al limite dell’area. La struttura di quella Juventus poi vinse il mondiale del 2006. La verità è che a Moggi, che sa di calcio, piaceva essere il Richelieu della situazione, il suo si sa è un carattere guascone. Ci sono state violazioni regolamentari ma tutto è nato da quanto ho raccontato. Ripeto, fu una storia di potere arbitrale. Non mi pesò lasciare l’incarico, le mie dimissioni non furono un gesto riparatore. Per mia fortuna anche nei momenti difficili mantengo lucidità».