Il lusso dei fatti e della chiarezza, evidentemente, il calcio italiano oggi non se lo può permettere. Vive di molte chiacchiere, qualche speranza e il piccolo grande mistero di un’inchiesta per frode, in cui non ci hanno ancora detto chi frodava. La provvisorietà permanente è, d’altra parte, una condizione piuttosto comune in un Paese decisamente refrattario all’idea di pianificazione e più incline alla toppa estemporanea. E se non vi piace andate a vivere in Germania o in Francia, dove però - sentiamo dire con orrore - difendono malissimo. Comunque, a due mesi dal terzo Mondiale in cui faremo i guardoni, sembra che abbiamo trovato un presidente federale. Se tutto va come deve andare (e come si dice andrà, ormai da un mese), il futuro numero uno del calcio italiano è Giovanni Malagò. Il che non è, di per sé, una brutta notizia, anzi!
Malagò straordinario. Ma parla solo Gravina...
Malagò è uno straordinario manager dello sport e ha un curriculum che fa davvero sperare nella rinascita. Non è la persona, né la sua collaudata professionalità a generare dubbi, ma il fatto che dalle dimissioni di Gravina in poi, da quando cioè si è deciso di voltare pagina, l’unico che ha parlato di riforme e temi è stato proprio Gravina, in un documento denuncia nel quale ha spiegato tutte le cose che non ha fatto (o non gli hanno fatto fare) e invece andavano fatte. Ammetterete che è curioso. Tutti gli altri, nelle ultime quattro settimane, hanno parlato più di soldi che di riforme. Non che non siano importanti, ma a tratti la cosa è parsa quasi ossessiva. Per carità, la Serie A ha straragione nel pretendere l’uno per cento sulle scommesse che sfruttano le loro gare (e sarebbe anche ora di finirla con la pantomima dell’assai aggirabile divieto di pubblicizzare le scommesse), così come è giusto che un contribuente da un miliardo di euro all’anno, chieda una maggiore attenzione ed elasticità fiscale.
Serie A, un miliardo ai procuratori ma...
La Serie A, la locomotiva economica (e non solo) del calcio italiano, affronta un momento di crisi e davanti non ha una prospettiva rosea, quindi è giusto che si preoccupi innanzitutto del vil denaro. Tuttavia, meriterebbe una piccola riflessione anche il modo con cui, il denaro, è stato finora speso dalla stessa Serie A e dai suoi manager. Perché se, per esempio, è vero che, negli ultimi cinque anni, sono stati versati un miliardo e trecento milioni ai procuratori, le nostre squadre dovrebbero essere piene di Olise e Kvara non saremmo stati costretti a venderlo. O no? Di club indebitati perché hanno costruito uno stadio o un centro sportivo ce ne sono proprio pochi. E si fa fatica a trovare chi si è svenato per allestire un settore giovanile in grado di sfornare anche solo un terzo di quello che sforna la Masia del Barcellona. Mancano due settimane scarse alla presentazione delle candidature per la presidenza della Figc e un mese e mezzo alle elezioni: c’è, insomma, un sacco di tempo affinché le componenti si mettano intorno a un tavolo e, visto che un presidente lo si è sostanzialmente trovato, pensino a tutto quello che serve al calcio italiano per tornare a essere forte e credibile.
Il caos arbitri
Nel frattempo, a proposito di credibilità, avremo forse scoperto qualcosa di più su come venivano designati gli arbitri. E cosa si intende con quella frase, «scegliere arbitri graditi all’Inter», che abbiamo letto nell’avviso di garanzia a Rocchi, che la scorsa settimana ha squassato il calcio. Non vogliamo fare fretta a nessuno, men che meno alla Procura di Milano, ma sta venendo il mal di mare un po’ a tutti, per lo sballottamento tra lo sperticato garantismo (stranamente mai offerto quand’erano maglie di altri colori a finire sotto inchiesta) e il malignare speranzoso di essere alla vigilia di un’altra Calciopoli. Fatti e chiarezza, insomma, ma ci rendiamo conto di chiedere troppo.
