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Mihajlovic: "Io sono ancora qua, non mollo. Aspetto risposta da Ibrahimovic"

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Dalla sala stampa del Dall'Ara, il tecnico rossoblù interviene per fare il punto sul suo percorso di cure nella lotta alla leucemia

Mihajlovic: "Io sono ancora qua, non mollo. Aspetto risposta da Ibrahimovic"
venerdì 29 novembre 2019

BOLOGNA - Nella sala stampa dello stadio Renato Dall'Ara di Bologna, alle 11 torna a parlare ai media Sinisa Mihajlovic, per fare il punto sul percorso di cure affrontato nella sua lotta contro la leucemia. Ad accompagnare l'allenatore del club rossoblù anche i medici del Policlinico Sant'Orsola, struttura ospedaliera lasciata dal tecnico nella settimana che ha preceduto la partita con il Parma. Le dimissioni dall'ospedale sono infatti arrivate venerdì 22 novembre, come annunciato da un comunicato ufficiale dell'Istituto di Ematologia Seragnoli in cui viene spiegato che Sinisa si sia sottoposto "a trapianto di midollo osseo da donatore non familiare lo scorso 29 ottobre. Le condizioni generali del paziente e gli esami ematologici sono soddisfacenti". Ad analizzare nel dettaglio la situazione, adesso ci pensa lo stesso Mihajlovic. Con dolcevita e cappello rosso, giacca blu scuro, prende parola Mihajlovic: "Voglio ringraziare tutti che siete venuti qua...". Sinisa viene interrotto subito dall'ingresso della squadra, che si prende posto tra il pubblico. "Mi fanno sempre sorprese, fanno di tutto per non allenarsi". Poi prende parola Dzemaili: "Dire che ci sei mancato è poco, siamo stracontenti che sei tornato con noi, essere di nuovo con noi. Volevamo farti questa sorpresa, anche se oggi non sei tanto contento con noi. Cercheremo di farti di nuovo contento". 

Mihajlovic: "Mi sono rotto le palle di piangere"

Dopo essersi goduto il fuoriprogramma, Mihajlovic riprende parola: "Ringrazio tutti, volevate essere di più ma vi ringrazio per aver rispettato le mie condizioni ed era meglio evitare di essere insieme a tante persone. Un'altra prova di solidarietà in questi ultimi quattro mesi. L'ultima volta che avevo parlato era il 13 luglio, quando avevo annunciato la malattia. Ora voglio spiegarvi il mio stato di salute. Prima però devo ringraziare tutti i medici per avermi supportato, nessuno meglio di loro sa quanto sia difficile affrontare la malattia. Voglio ringraziare tutti di cuore. Senza il loro aiuto non avrei mai fatto questo percorso, che secondo me sta andando molto bene. Ringrazio tutti, dai dottori che mi hanno assistito fino agli infermieri. Ho trovato degli angeli custodi, mi hanno aiutato anche psicologicamente. Sono state delle persone fondamentali, senza di loro non avrei fatto quello che sto facendo. Li ringrazierò per tutta la vita. Mi ha dato tantissimo affetto. Mi dispiace non riuscire a citarli tutti". Sinisa si commuove mentre parla. E lo sottolinea con una battuta: "Mi sono rotto le palle di piangere...".

L'analisi dei dottori del Sant'Orsola

Dopo Mihajlovic la parola passa al dottor Michele Calvo, direttore del reparto di ematologia, che spiega nel dettaglio quali siano le condizioni di Sinisa: "Questa è la prima volta che parlo con la stampa e lo faccio dietro la richiesta di Sinisa. C'era da essere molto cauti e prudenti verso questa malattia e il percorso di cure. La complessità della diagnosi e del percorso la abbiamo affrontata con il meglio della nostra professionalità, sapere e conoscenze. Oggi sono qui a parlare a nome di tutti quanti i medici. Quello che è stato diagnosticato a Mihajlovic e scoperto attraverso altri esami cui si è sottoposto, è una leucemia acuta mieloide. Significa che un particolare tipo di globuli bianchi vanno incontro a un processo di arresto della loro maturazione e proliferano senza avere controllo. Questo porta il midollo a perdere le sue capacità".

Per questo motivo si è reso necessario il trapianto di midollo osseo: "Dopo aver svolto i primi accertamenti siamo passati all'azione. Oggi abbiamo a disposizione terapie mirate per questa malattia, delle terapie personalizzate. E il processo che abbiamo intrapreso ha portato al trapianto di midollo osseo a cui si è sottoposto Sinisa. Il nostro approccio è stato classico, fatto di cicli chemioterapici. L'obiettivo è ottenere la remissione completa, ossia far scomparire le cellule tumurali dal midollo osseo. Questo è stato ottenuto sin dal primo ciclo. Il secondo ciclo è avvenuto utilizzando gli stessi farmaci, riproducendo tutto come nel primo caso. Ma questa volta è stato più breve. Quasi in contemporanea con la diagnosi siamo partiti con la ricerca del donatore migliore da offrire a Sinisa. Prima con i familiari, suo fratello e i tre figli. Contemporaneamente abbiamo esplorato quali donatori possibili e compatibili ci fossero nell'archivio. La scelta finale è stata di prendere un donatore da registro e utilizzare questo tipo di trapianto.

I prossimi step per sconfiggere la malattia

Il medico continua: "Qui arriviamo alla parte finale della storia, la più recente. Oggi è un mese esatto dall'aver eseguito il trapianto. Il concetto è: se dovete costruire un muro antisismico deve essere più solido possibile. Anche se il risultato ottenuto era molto buono, era assolutamente necessario andare a consolidare il muro. In questo percorso, in cui la prima definizione è di remissione completa, abbiamo tracciato anche un identikit di queste cellule. Siamo quindi riusciti a valutare in maniera molto sofisticata il suo grado di risposta. Di quello che è avvenuto dopo il trapianto non vi so dire nulla perché è ancora troppo precoce. Sinisa mi ha chiesto di venire qui perché voleva chiudere un cerchio aperto 4 mesi prima. Dal suo punto di vista è legittimo, dal nostro punto di vista no. Siamo in una fase estremamente precoce e abbiamo bisogno di tempo per valutare la risposta, ma siamo felici di avervi restituito Mihajlovic".

Dopo il discorso del medico, arriva un'integrazione della collega, la dottoressa Francesca Bonifazi: "I primi 100 giorni sono i più delicati, sono quelli in cui costruiamo un nuovo sistema immunitario. Il ritorno alla vita normale avverrà gradualmente e in funzione di tanti fattori. Valuteremo di volta in volta la possibilità che Sinisa possa essere presente. La valutazione potrà portare a una limitazione, magari parziale o variabile in situazioni di grandi affollamento. Questo non limiterà l'indomito spirito guerriero che abbiamo avuto il privilegio di apprezzare. Non si può definire la guarigione dopo cento giorni, ma si riducono i rischi legati al trapianto. Dopo due anni può esserci una prima definizione di guarigione".

I ringraziamenti di Mihajlovic

Dopo le spiegazioni dei medici, riprende parola Sinisa: "Volevo ringraziare tutti quelli che mi hanno dimostrato vicinanza e affetto in questi mesi e in modi diversi. Chi ha scritto lettere, pregato per me, pellegrinaggi, striscioni, cori. Commovente e molto bello. Mi sono sentito, specialmente nel mio mondo del calcio, molto protetto e amato. Parte di una famiglia. Questo è stato fondamentale. Poi volevo ringraziare tutti i tifosi, delle squadre dove ho militato e non. Ma soprattutto i tifosi del Bologna, mi hanno fatto sentire un fratello, un figlio. Ringrazio la società, il presidente, il dottor Fenucci, i magazzinieri, lo staff, i giocatori. Sono stati unici dal primo momento, da quando hanno saputo della malattia non hanno mai messo in dubbio la mia permanenza al Bologna. Questo mi ha fatto sicuramente sentire più tranquillo e non sono cose che succedono tutti i giorni. Voglio ringraziare anche gli amici più stretti. Ma il ringraziamento più sentito va alla mia famiglia, a mia moglie e ai miei figli. Mia moglie è stata tutti i giorni con me e mi ha dimostrato un'altra volta, anche se non c'era bisogno, di essere molto fortunato e di avere una donna accanto che forse è l'unica persona che conosco ad avere più palle di me. E poi ai miei figli, che sono la mia vita. Quando c'era la possibilità di donare il midollo, loro hanno accettato subito. Non è una cosa così scontata. Posso capire un ragazzo o una ragazza che si mette a totale disposizione per salvare la vita del padre. Potrebbe essere scontato, ma non è così. Però loro lo hanno fatto. E poi ringrazio mio fratello, che anche lui ha donato. E mia madre, che vive in Serbia. Questi sono tutti quelli che volevo ringraziare. Ho passato quattro mesi e mezzo tosti, sono stato rinchiuso in una stanza di ospedale da solo, con aria e acqua filtrata. Il mio desiderio era prendere una boccata d'aria fresca e non lo potevo fare. Non mi sono mai sentito un eroe per quello che sto facendo. Solo di avere un carattere di chi non molla mai, ma sempre un uomo con tutte le sue fragilità. Queste malattie non le puoi vincere solo con il coraggio, servono le cure. Quando sono entrato in ospedale ho capito di essere nel posto giusto. E voglio dire a tutti quelli che sono malati di leucemia o altre malattie gravi, che non si devono sentire meno forti se non affrontano la malattia come ho fatto io. Non c'è da vergognarsi ad avere paura, di piangere o essere disperati. Unica cosa che non devono perdere mai è la voglia di vivere.

Poi continua, sempre più commosso: "Anche stamattina sono stato in ospedale per fare un controllo, so che ascoltano. La malattia è bastarda, ci vuole molta pazienza. Non devono pensare a quando entrano o quando usciranno. Lì si lavora di giorno in giorno, dandosi piccoli obiettivi, giornalieri, settimanali. Ogni giorno in più passato in ospedale è un giorno in meno verso l'uscita. Ognuno l'affronta nella propria maniera, ma quello che mi sento di dire è che comunque, se sei forte e ci credi, il sole arriva. Esci fuori. La cosa positiva è che facendo tutto questo, quando arrivi al trapianto ci possono essere complicanze, ma tu guarisci. Molto difficile dal punto di vista psicologico, lo so. Perciò devi essere forte di testa e la forza la devi trovare dentro e nella gente che ti vuole bene. Normale avere paura, ma è quella che ti fa rigar dritto e non ti fa esagerare. Sono stato due giorni in campo e sono stato benissimo, poi però mi sono sentito stanco. La prima volta sono dimagrito 13 chili, adesso 9. Ci sono momenti di stanchezza. Prendo 19 pasticche al giorno, dalla mattina alle 8 fino a mezzanotte. Li prendo, perché il mio obiettivo è uscire dall'ospedale. So che tornerò per fare visite, ma non dormo più là, dormo a casa mia. Ti devi dare delle regole: che si formino globuli bianchi, che cominci a mangiare, e non è facile visto che ho perso il gusto. E poi devi prendere tutte pasticche per bocca, perché se prendo endovena non puoi uscire. Ma spero dopo questa esperienza di uscire come un uomo migliore, perché sicuramente nella vita precedente la pazienza non era il mio forte. Affrontando questa malattia è necessaria e l'ho migliorata. Mi godo ogni minuto della giornata, tutto quello che prima ti sembrava dovuto ora lo vedo in un'altra maniera. Mi godo tutto, esco fuori. Sembra niente, ma prendere una boccata d'aria diventa una cosa bellissima".

"Io sono ancora qua"

MIhajlovic a questo punto entra nella modalità allenatore: "Sapevo che avrei condizionato classifica, allenamento e tutto il resto. Ma non volevo che diventasse una scusa. Io voglio bene a loro, ma mi sarei aspettato di più da loro. Ho lottato ogni giorno, anche quando avevo 40 di febbre, ho sempre cercato di essere presente, tramite Skype, telefonate, andando allo stadio, facendo le partite. Tutti i giorni ho fatto sacrifici per arrivare a un certo obiettivo. Speravo di vedere in campo questa forza e sacrificio, ma purtroppo non è sempre successo così. E questo mi dispiace. Nonostante tutto vi devo dire che sono incazzato nero per i risultati, per il comportamento della squadra, per il gioco, per l'atteggiamento. Ho parlato con i ragazzi l'altro ieri, gli ho detto che dobbiamo dare il 200%. Non ci sono altre strade, dobbiamo fare punti. Chi non lo fa, avrà problemi con me. E vi assicuro che non è una cosa bella. Lavoriamo su questo e sono sicuro che ne usciremo e che rivedremo il Bologna che abbiamo visto tutti l'anno scorso e in diverse partite di quest'anno. Quando sono uscito dall'ospedale mia moglie ha postato una frase del mio amico Eros 'più bella cosa non c'è'. La frase è adatta per quel momento. Perché torni a casa tua, ti godi il tuo lavoro e la tua famiglia. Oggi uso un'altra frase di un altro grande come Vasco Rossi: 'Io sono ancora qua'. E non mollerò niente. Quando ci potrò stare non mollerò niente. Mi fa sentire vivo. Ma non posso andare oltre le mie possibilità. Spesso ho ragionato con il cuore e adesso devo ragionare di più con la testa. Sarò più presente di questi ultimi 4 mesi e sono sicuro che riusciremo a mettere le cose a posto".

Gli viene domandato se abbia già visto dei segnali positivi in questi giorni con la squadra: "In quattro mesi ho visto allenamenti dalla televisione, ho visto cose positive e negative, intervenivo. Ma una cosa è essere lì, un conto è guardare da lontano. In questi giorni ho rivisto la mia squadra ed è già importante. Prima ho parlato con loro e ho spiegato la situazione. Voglio il 200%, altrimenti sono cazzi amari. Noi non abbiamo né Cristiano Ronaldo, né Messi. Gioca chi mi dà le garanzie. Se lo fa gioca, sennò fuori. Chiunque sia". A livello dell'affetto ricevuto, Sinisa ha apprezzato moltissimo le manifestazione di stima: "Prima della malattia dividevo la gente: o ti amava o ti odiava. Sono quasi riuscito a riunire la gente. A Torino due anni fa mi insultavano, invece mi hanno applaudito. Commovente e bello da parte loro, sentire questo affetto dalla gente che qualche mese prima mi considerava un nemico numero uno. Forse hanno riconosciuto in me l'uomo, quello che non ha avuto paura di mostrarsi anche fisicamente in uno stato non presentabile. Ma a me non fregava niente. Non mi vergogno di niente. Come ho detto ho rispetto per la malattia, ma l'affronto sfidandola. Ci chiudiamo in una stanza e vediamo chi vince. Non ho mai avuto dubbi su questo. Sono fatto così, sono un carattere forte e difficile, ma non mollo mai. Questa è la mia forza. Magari hanno riconosciuto in questo, una persona famosa che ha avuto il coraggio di dire a tutti quello che ha. A Verona ero 72 chili, sembravo un morto che camminava. Ma avevo fatto una promessa alla squadra e dovevo farlo per forza. In quei 90 minuti ci sono stati momenti in cui girava la testa, ma l'ho fatto perché lo dovevo fare, per la dimostrazione a tutti di aver lottato tutti i giorni. Di fare sacrifici, di fare di tutto per amore del proprio lavoro e per tutta la gente che mi ha vouto bene. Per i miei figli, per mia moglie. Non potevo mollare. Quando senti questo affetto da tutti non puoi deludere. All'ultimo posto metti te stesso, al primo i tuoi familiari, gli amici e tutta la gente. Sarebbe una delusione per tutti non fare quello che ho fatto. L'ho fatto per loro e poi per me, perché mi faceva sentire vivo. Uscito dall'ospedale era bellissimo, qualcosa che ti dà la forza per andare avanti. Se io quando fossi entrato in ospedale avessi pensato a quando sarei dovuto uscire, non ce l'avrei fatta. Mi sono dato obiettivi minimi, anche giornalieri. Così sono arrivato alla fine, o meglio: non è ancora fine, ma almeno sono uscito da quel cazzo di ospedale. La gente è stata fondamentale, senza di loro non ce l'avrei fatta".

Sulla telefonata con Ibrahimovic

C'è modo anche di parlare di calciomercato e della telefonata con Ibrahimovic: "L'ho sentito un mese fa, lui è interessato. Se viene lo fa per me, per l'amicizia che ci lega. Siamo d'accordo che lui mi farà sapere, sia se verrà, sia se deciderà altro. Non credo che comunque deciderà prima del 10 dicembre, ha anche altre offerte". Tornando al suo rientro: "Per ora posso allenare ma al momento non posso andare allo stadio. In una tra Milan e Atalanta (8 e 15 dicembre, ndr), o entrambe, penso che potrei essere presente. Non posso viaggiare in gruppo. Andrò in macchina su distanze brevi. Sempre vedendo anche cosa dicono gli esami. Ma devo stare vicino alla squadra, perché così vedo già i miglioramenti, devono seguirmi. Loro sono liberi di fare tutto quello che dico io. Questo gli dico sempre. Seguire gli allenamenti in quei quattro mesi mi ha aiutato tanto. L'ultima riunione con la squadra era dopo la partita con la Sampdoria, gli avevo detto che avrei dovuto fare un'ultima chemio ancora più forte e per tre settimane non ci siamo sentiti. In quelle tre settimane hanno perso tre partite. Per 15 giorni avevo febbre da 39 a 40, ero un ebete, non ero in grado di parlare. Cosa è cambiato? Mi sono promesso di incazzarmi di meno, ma non ce la faccio è più forte di me. Sarò più paziente, sì". Poi racconta come viveva le partite dall'ospedale: "Le urla si sentivano per tutto l'ospedale, a volte le infermiere non entravano e sentivo che si dicevano 'ora meglio di no, è incazzato, ripassiamo dopo'. Ci sono state domeniche che non vedevo l'ora di vederli. Alcune volte ho visto quello che mi piaceva, ma sapevo che non potevo ottenere troppo. Senza un allenatore che gli sta sempre addosso è normale, anzi hanno fatto abbastanza. Ma visto che non mi accontento, volevo sempre di più".

Il pensiero dell'allenatore sul Var

Si passa ad analizzare la situazione del Var: "Io penso che il Var sia una cosa utile. Poi ci sono degli episodi che non riesco a capire, soprattutto sui falli di mano. Con i fuorigioco siamo sicuri che non sbagliano e almeno una cosa l'abbiamo risolta. Sono contento, è utile. Magari dobbiamo fare le regole un po' meno complicate. Ci vuole un ingegnere nucleare per capire se la posizione della mano è naturale. Non è naturale avere le mani dietro la schiena. Comunque in questi mesi ho avuto altro a cui pensare. Questo è quello che sono riuscito a capire. Non voglio entrare nella polemica, magari qualche cosa in più la dirò più avanti". Claudio Fenucci, ad del Bologna aggiunge: "Non abbiamo mai fatto grandi polemiche. Penso dovremmo smetterla di creare polemiche e trasformarlo in una moviola in campo". 

Il donatore anonimo del midollo osseo

Per legge Sinisa non potrà conoscere il donatore del midollo ossero, che dovrà restare anonimo. Ciò non toglie che il suo desiderio sarebbe quello di poterlo ringraziare personalmente: "Certo che mi piacerebbe conoscerlo, ma come sapete non posso. Farò una lettera e cercheremo di fargliela avere, chiunque sia". Riguardo il rapporto con il suo vice, Miroslav Tanjga: "Lui è mio fratello, fa parte della mia famiglia. Una persona che capisce di calcio e che ti dice sempre quello che pensa. Gliel'ho già detto: mi aspettavo di più anche da lui come da tutta la squadra. So che ha grande passione e che lavora benissimo, anche se a volte non siamo riusciti a mettere in pratica il nostro calcio. Mancini? Non ci sentivamo da anni, ma è stato il primo a chiamarmi quando mi sono ammalato e il primo a venirmi a trovare in ospedale. Sono contento che abbiamo riallacciato la nostra amicizia. E sono molto contento anche per quello che sta facendo con la Nazionale". Sulla possibilità di vincere la Panchina d'Oro: "Il premio lo accetterei solo per quello che ho fatto col Bologna. Se me lo danno per la mia malattia non mi interessa. Non mi serve". Così si conclude la conferenza stampa di Sinisa Mihajlovic, che saluta tutti con una promessa: "Ci vediamo presto". 

Mihajlovic Bologna

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