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Sacchi avvisa Pogba: «Sbagli se lasci la Juve»

L'ex ct della Nazionale: «Il Psg lo vuole? Calma: rischia di imitare i flop all'estero di Shevchenko e Kaká. A Torino vive in una società modello con un grande allenatore»twitta

domenica 5 gennaio 2014

TORINO - Arrigo Sacchi, Juventus-Roma non è soltanto una sfida scudetto. «È vero, assieme alla Fiorentina sono le squadre italiane che offrono il miglior calcio. Juventus e Roma però sono le più complete».

Conte e Garcia hanno qualcosa in comune?
«Ricercano entrambi un calcio totale e hanno come obiettivo quello di essere protagonisti. Non sfruttano gli errori altrui e non hanno come priorità la distruzione. S’affidano al gioco. Quando vedi una loro squadra è impossibile avere dubbi: l’impronta è evidente».

Sorpreso maggiormente dalla velocità a cui viaggia Conte in Italia (15 vittorie su 17) o dall’avvio di Garcia (imbattuto)?
«Conte è un grande allenatore e lo ha già ampiamente dimostrato. Garcia è stato bravissimo, perché il nostro campionato non è il più bello ma resta uno dei più difficili. In poco tempo ha trasmesso un’identità forte e un preciso equilibrio a una squadra reduce da un’annata mediocre. E non dimentichiamo che la Roma in estate ha ceduto giocatori del calibro di Lamela, Marquinhos e Osvaldo».

Di fronte alle statistiche, anche Capello nei giorni scorsi ha fatto un passo indietro: «Sì, la Juve di Conte è meglio anche della mia».
«Come individualità no, rimango della idea che quella di Capello fosse una squadra superiore. Ma come armonia di squadra e conoscenza collettiva la Juve di Conte è forse la più bella della storia del club».

In Champions League però non decolla come spesso è successo in passato: che risposta si è dato dopo l’eliminazione contro il Galatasaray?
«Che in Champions è un gioco diverso dal nostro. In Europa e nel mondo il calcio è uno sport d’attacco. Se in Champions difendi e lasci spazio finisci per fare il gioco degli avversari. All’estero vanno in difficoltà quando si devono difendere, non quando devono attaccare. La Juve è la squadra più europea delle nostre ed è sulla strada giusta: non le manca tanto per imporsi anche fuori dalla serie A».

C’è dell’altro?
«Sì. Vi assicuro che, da appassionato, ho passato un gran dispiacere nel vedere la Juve fuori dalla Champions. Un po’ per la stima che nutro nei confronti di Conte e un po’ perché insieme alla Fiorentina i bianconeri sono quelli che divertono maggiormente. Dispiacere che si somma a quello di responsabile delle squadre giovanili italiane: pensare alla Juve quale “più brava delle meno brave” non mi soddisfa».

Una Europa League da protagonista può accrescere la mentalità europea della Juventus in vista della prossima Champions?
«Penso di sì, ma sia chiaro un aspetto: la Champions è una cosa, l’Europa League tutta un’altra».

A proposito di giovani: Pogba deve essere un esempio per i nostri talenti italiani o è davvero di un altro pianeta?
«E’ il risultato di un sistema migliore del nostro. Francia e Brasile negli anni Settanta investirono nei centri di formazione e si rivelò una grande idea. E da lì si è passati alla costruzione di centri federali, all’organizzazione di corsi per allenatori. La Francia in questo modo è cresciuta molto. Da noi purtroppo quasi ovunque si vive alla giornata, pensando di risolvere il problema puntando l’attenzione sul singolo. Dimentichiamo troppo spesso che il motore di tutto deve essere il gioco».

Ma adesso, rispetto a 10 anni fa, è anche più complicato trattenere i “singoli” nella nostra serie A. Il patron qatariota del Psg ha detto che in estate proverà ad acquistare Pogba.
«Paul ha grandissime qualità e ha avuto la fortuna di capitare a Torino nel momento giusto: la società è un modello, Conte un maestro. La Juve, a tutti i livelli, è un esempio di squadra che moltiplica le qualità dei singoli».

Il Psg, però, sembra intenzionato a offrirgli più soldi...
«Un milione in più o in meno non ti rende più ricco o più povero, i giocatori prima di tutto devono pensare alla propria carriera. E quando uno si trova bene in un club, non lo dovrebbe lasciare. Sono tanti gli esempi di grandi calciatori attirati dal nuovo o da stipendi più alti poi divenuti dei flop. Mi vengono in mente le esperienze negative di Shevchenko e Kaká, entrambi poi tornati al Milan, e parzialmente anche di Ibrahimovic nella stagione a Barcellona».

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