I 10 anni di Andrea Agnelli, il presidente innamorato della Juventus

il 28 aprile del 2010 John Elkann desidegnava Andrea Agnelli come presidente della Juventus. Da allora la società ha vinto 8 scudetti, triplicato il fatturato e tornata al top del mondo, ecco perché

© Marco Canoniero/sync


TORINO - Dieci anni fa Andrea Agnelli veniva designato dal John Elkann quale presidente della Juventus e la notizia veniva accolta dal popolo bianconero come una liberazione dal grigiume degli anni post Calciopoli. Dieci anni dopo è lecito domandarsi se Andrea Agnelli è il migliore presidente della ultracentenaria storia juventina, per trovare la risposta bisogna attorcigliarsi nel complicato confronto con il lunghissimo e trionfale regno di Giampiero Boniperti o con la breve, ma folgorante, era di Umberto, che di Andrea era il padre. Insomma, è difficile stabilire se Andrea sia il migliore presidente, ma è una certezza che sia lì con i giganti per risultati e stile.

SUCCESSI - Non ci sono, infatti, solo gli incredibili otto Scudetti consecutivi con tre Coppe Italia e quattro Supercoppe di contorno al banchetto bianconero allestito da Agnelli, ma il ritorno della Juventus nell'élite del calcio mondiale per prestigio e fatturato. Dieci anni fa, un giovanissimo Andrea prendeva in mano una società che fatturava 240 milioni e nel corso di una decade ha quasi triplicato i ricavi portandoli a 621 milioni, un risultato strabiliante, ma progettato con una visione ambiziosa e lucida, che poi è la qualità più importante e decisiva di un buon manager. Andrea sa dove vuole arrivare, ovvero portare la Juventus al numero uno del mondo, e sa quale strada prendere ed eventualmente quali deviazioni servono.

SQUADRA - Questo anche perché ha sempre scelto persone di alto livello per formare la sua squadra dirigenziale. E questa è un'altra fondamentale, per quanto rara, qualità di un manager. Da Beppe Marotta, che ha contribuito in modo sostanziale alla costruzione della Juventus di questa decade, a Fabio Paratici, che porta tutta la sua modernità nell'interpretazione di un ruolo antico all'interno di un club calcistico, passando per Giorgio Ricci, Marco Re, Claudio Albanese, Stefano Bertola e tutta una serie di altre figure, meno visibili, ma altrettanto importanti per il funzionamento della macchina.

JUVENTINITA' - Andrea sapeva e sa cos'è la Juventus. E da lì è partito. Niente rivoluzioni, ma sviluppo, secondo l'antico motto di famiglia per cui una cosa fatta bene può sempre essere fatta meglio. «Il calcio deve rimanere al centro di ogni nostro progetto», ha spesso detto Andrea e gli è stato facile tenere fede a questo principio, essendo lui un innamorato del calcio e della sua società in particolare. Il suo segreto è quello: è un manager che conosce la finanza e il marketing, ma le mette al servizio del calcio e della Juventus, non viceversa. Il suo primo grande obiettivo è stato completare lo stadio che è diventato il cuore pulsante della rinascita bianconera. Nello stesso tempo ha rianimato la juventinità, che era andata sbiadendosi nella gestione precedente alla sua, riscoprendo personaggi (Antonio Conte, per esempio) e valori centrali della storia del club (un certo stile comunicativo, per esempio). La sua ricetta non è difficile, ma è proprio la sua semplicità a renderne difficile l'esecuzione: a essere un buon manager si impara a Oxford e alla Bocconi (dove ha studiato Andrea), nessun master può inculcare l'amore per la Juventus e insegnare cosa sia la Juventus. 

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