Sveglia Juve, così Pirlo può svoltare

Cambio di mentalità, lavoro tattico per essere meno prevedibili e ricerca di soluzioni quando CR7 mancherà

Sveglia Juve, così Pirlo può svoltare© Marco Canoniero

Sarebbe incauto, eccessivo oltre che profondamente sbagliato, metter su un processo contro Andrea Pirlo e le sue idee di calcio non ancora metabolizzate dai giocatori. Però un problema esiste, anzi più di un problema e il tecnico della Juventus è il primo a saperlo e riconoscerlo pubblicamente. L’ha fatto (anche) sabato sera nel vano tentativo di scovare qualche segnale di buon auspicio nel fastidioso pareggio di Benevento. All’allenatore bianconero bruciava parecchio lo stomaco, soprattutto perché una Juve in totale controllo della partita fino agli ultimi istanti prima dell’intervallo ha buttato via il secondo tempo in cui ha brillato per disorganizzazione e deconcentrazione in parecchi elementi, sostituti compresi. Mercoledì è di nuovo Champions League e anche se contro la Dynamo Kiev il risultato conterà solamente per il primato nel girone, occhio alle risposte che Pirlo si aspetta a fronte di determinate urgenze.

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Le risposte che Pirlo si aspetta

Quali? Eccole. Quando il tecnico parla di «poca lucidità» in determinanti momenti di partite che la squadra fatica ad interpretare, sostanzialmente fa notare che su questo gruppo occorre lavorare molto dal punto di vista psicologico. Cambiare mentalità non è un’opzione trascurabile, ma un obbligo imprescindibile, dettato dalle palesi difficoltà di una squadra che da vent’anni non pareggiava cinque delle prime nove gare di campionato (peggio: otto giocate effettivamente). La prima urgenza dell’allenatore, insomma, sta tutta in quella sorta di grido d’allarme lanciato al Vigorito: «Abbiamo tanti giovani e pochi giocatori di personalità». A molti è sembrata una protesta rivolta a destinatari precisi. Il gioco della decodifica del pensiero di Pirlo andrà avanti a lungo, intanto il tecnico avrà tempo per allenare psicologicamente i giocatori dialogando con loro e mantenendo con ognuno un rapporto franco e schietto, diretto ed efficace. Lavorare sulla testa dei ragazzi significa due cose: motivare i giovani (esempio: quelli come Dejan Kulusevski che s’è un po’ seduto sul ricordo di un super avvio di stagione) e rimotivare coloro che pur dotati di personalità si nascondono dietro le proprie incertezze. Non ci riferiamo evidentemente a Leonardo Bonucci, Giorgio Chiellini, Gigi Buffon o Cristiano Ronaldo, ma ad Aaron Ramsey, a Federico Bernardeschi, ad Arthur, ad Adrien Rabiot, allo stesso Rodrigo Bentancur, che sarà pure un ’97 ma gioca nella Juve da tre anni e passa.

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