Juve, una disfatta vergognosa. Squadra senza gioco, senza tutto

Allegri 4: Juve sotto ritmo e con intensità ridotta:
a chi tocca rimotivarla? Tremeranno i muri alla Continassa?© EPA

No, Juve, no. Non si può mai giocare così in Champions League, non si deve mai giocare così. Senza idee, senza grinta, senza nulla di nulla. E chissenefrega se la qualificazione era già stata acquisita con due turni d’anticipo e guai a quelli che si attaccano a questo argomento per annacquare un disastro che da ventun anni non aveva precedenti nell’Europa bianconera (9 marzo 2000, Coppa Uefa, Celta Vigo-Juve 4-0). Ancora: nella storia dei 52 confronti con le squadre inglesi, mai la Juve era uscita con le ossa così rotte; mai, da allenatore della Juve, Allegri aveva subito una stangata di queste proporzioni; soltanto 62 anni fa, nell’allora Coppa dei Campioni, la Juve aveva subito un passivo più pesante: 7-0 dal Wiener SK. Qui stiamo parlando della Juve di ieri sera, non del vattelapesca o di un’arruffona compagnia amatoriale. Stiamo parlando della squadra che ha vinto nove degli ultimi dieci scudetti. Non c’è nessuna giustificazione, non c’è nessun alibi, non c’è nessuna attenuante a questa caporetto, a questa partita senza capo né coda, a una difesa franata sotto i colpi dei Campioni d’Europa, a un centrocampo di burro, a un attacco mai esistito se non per l’occasione di Morata. La Juve è stata surclassata in tutto: i Blues sono andati a cento all’ora, disputando la partita perfetta, i bianconeri hanno tartarugato, schiacciati, basiti, fulminati dallo strapotere rivale. Contrasti sistematicamente persi, centrocampo sistematicamente demolito dalle folate avversarie, difesa travolta. Bonucci dice che bisogna guardare avanti: come no? Certo che bisogna guardare avanti, ci mancherebbe altro. Ma dopo essersi voltati indietro per non dimenticare mai l’invereconda figura di Londra, una macchia destinata a rimanere indelebile nell’ultrasecolare vicenda del club più scudettato d’Italia che, però, non vince la Champions da venticinque anni e sei mesi. Una ragione ci sarà, come una ragione c’è per spiegare gli undici punti di distacco da Napoli e Milan. Si chiama non gioco, si chiama mancanza di coraggio, si chiama concezione speculativa del football. Il corto muso può andar bene, quando va bene, nel giardino di casa, ma quando metti il muso fuori, vai a sbattere. Come diavolo è possibile pensare, su quali basi è lecito illudersi di rimontare in campionato e andare lontano in Champions con una tattica così utilitaristica, così catenacciara, così rinunciataria? Ha detto bene Szczesny: è stata «una gara tragica». E se non ci fosse stato lui, per il Chelsea sarebbe finita 8-0.

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