Juve, Rampulla promuove Perin: “La qualità dei secondi è la forza mentale”

L'ex bianconero, portiere di riserva per 10 anni, ha elogiato Mattia, il migliore della prima giornata
Juve, Rampulla promuove Perin: “La qualità dei secondi è la forza mentale”

TORINO - Un secondo soltanto pro forma perché Mattia Perin contro il Sassuolo si è esibito da vero numero uno, tanto da guadagnarsi - secondo i dati Opta - il titolo di miglior giocatore nella prima giornata di Serie A. Chiamato a sostituire l’infortunato Szczesny, il portiere di riserva non ha fatto rimpiangere il titolare contribuendo con le sue parate al successo della Juventus. A conferma della prova di grande sostanza, spicca il dato sui salvataggi, ben sette, e quello sulla percentuale (100%) di parate: soltanto Musso, Rui Patricio e Dragowski lo hanno eguagliato nell’esordio in Serie A, ma con meno parate. Ottimo l’exploit per una riserva. Per capire il significato di essere il secondo portiere abbiamo interpellato Michelangelo Rampulla, adesso preparatore dei portieri della Salernitana, e grande ex portiere in seconda della Juventus. 

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Michelangelo Rampulla, ha visto le parate di Perin lunedì sera? 
 
«Certo che le ho viste, ha fatto benissimo... Pensare a Perin come un secondo portiere è persino riduttivo: meriterebbe di giocare da titolare, a prescindere dalla squadra». 
 
In base alla sua esperienza, quali qualità deve possedere il secondo portiere? 
 
«La prima qualità è farsi trovare pronto se il primo ha delle difficoltà. Nel senso che deve essere concentrato come se dovesse giocare sempre. È accaduto domenica, quando il portiere della Lazio Maximiano è stato espulso dopo pochi minuti e Provedel ha preso il suo posto. Oltre alla preparazione fisica, che di certo non manca perché si allena tutta la settimana, il portiere di riserva deve essere al top anche a livello mentale»
 
Non è facile... 
 
«Certo che no: giochi poco ma devi essere all’altezza. Per questo serve una grande forza mentale». 
 
Quanto le mancava la porta quando era il portiere di riserva? 
 
«Un po’ visto che lavoravo come se dovessi andare in campo e poi mi accomodavo in panchina. Però non mi posso lamentare, le mie occasioni le ho avute». 
 
Pensa alla semifinale di Coppa Uefa contro il Psg nel 1992-93? 
 
«Anche. Peruzzi si era infortunato e io giocai l’andata e il ritorno, conquistammo la finale e vincemmo il torneo. Ma non soltanto quelle due partite». 
 
Quali altre? 
 
«Per esempio, giocai le ultime otto partite di campionato nella stagione 1994-95, quando arrivò lo scudetto». 
 
Lei alla Juve è stato il secondo di Peruzzi, Van der Sar e Buffon: è vero che c’è quasi sempre un rapporto di grande amicizia fra portieri? 
 
«Per quanto mi riguarda sì: con Angelo ci sentiamo abbastanza spesso, sono stato suo vice per sette stagioni e andavamo anche al mare insieme, con Edwin purtroppo ci salutiamo soltanto sui social mentre con Gigi di tanto in tanto ci si sente»
 
E c’è anche complicità? 
 
«I portieri - 3 o 4 più il preparatore - sono un piccolo gruppo all’interno della squadra: si allenano a parte, discutono e parlano. È normale che ci sia sintonia».  

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C’è la sensazione che in molte squadre non ci sia una gerarchia così rigida sul portiere titolare e di riserva, come il Psg della passata stagione... 
 
«Navas e Donnarumma sono due grandi portieri e il tecnico ha scelto di alternarli affinché entrambi entrassero in condizione e avessero lo stesso minutaggio. È normale che i top club abbiamo due portieri forti perché ci sono tanti impegni. E poi, al giorno d’oggi, i portieri rischiano di infortunarsi di più perché corrono di più e partecipano maggiormente al gioco: il portiere tocca tanti palloni quasi quanto un centrocampista»
 
Infine, una curiosità: trent’anni fa lei è entrato nella storia del calcio perché fu il primo portiere a segnare in Serie A un gol su azione... 
 
«Me lo porto dentro e, sarò sincero, la gente se lo ricorda ancora quel gol di testa con la Cremonese. Da piccolo avevo due sogni: giocare nella Juve e segnare un gol. Nei Dilettanti ho iniziato a stare in porta e crescendo temevo di non realizzare nessuno dei sogni. Invece, ho vestito la maglia bianconero e posso dire di aver parato per 500 partite ma di avere anche segnato un gol».

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