Pagina 6 | Bernardeschi: “Il segreto Juve, le falsità su Cristiano Ronaldo e quella polemica inutile”

Federico Bernardeschi senza peli sulla lingua. Il ritorno in Italia e l'esperienza al Bologna, la MLS e il sogno Mondiale. Ma anche i momenti duri: le difficoltà ambientali del passaggio dalla Fiorentina alla Juve, le critiche, il meme del 'rischia la giocata' e il putiferio per aver indossato il pantagonna. L'attaccante del Bologna si mette a nudo nell'intervista a 'Passa dal BSMT', condotto da Gianluca Gazzoli, una chiacchierata in cui racconta per filo e per segno della sua carriera.

La Fiorentina e le 'Giovani Speranze'

Si va indietro di tanti anni, ad esempio a quando era nel settore giovanile della Fiorentina e andò in onda il programma televisivo Giovani Speranze, che seguiva la squadra Primavera viola: "Voglio raccontare una cosa che pochi sanno. Ero il capitano e il numero 10. Per le riprese, serviva firmare una liberatoria, MTV aveva puntato molto su di me insieme ad altri sei-sette calciatori. Io però non la firmai, perché non volevo che la mia vita privata venisse invasa. All’epoca vivevo da solo, mentre gli altri stavano in convitto, io non volevo andarci. Quando decisi di trasferirmi a Firenze, chiesi di avere una casa tutta mia, ma essendo minorenne, la Fiorentina non voleva assumersi certe responsabilità. Alla fine, ho vissuto con un ragazzo di 18 anni, maggiorenne. Non firmando la liberatoria, evitai che altre persone entrassero nella mia vita privata. Ero fermamente convinto della mia scelta vivendo quell'esperienza di riflesso. Sento ancora i ragazzi che hanno partecipato".

L'esordio contro... Perin

Proprio a Firenze Montella ebbe grande fiducia in lui: "Sì, ma in realtà è stato più un discorso della società, che conosceva il mio talento e il mio potenziale. Mi avevano fatto crescere e mi avevano coccolato, il che è stato importante. L’anno successivo è arrivato Paulo Sousa, ed è stato lui l’allenatore che mi ha visto per davvero e mi ha messo in campo. Ricordo ancora il mio esordio: è stato contro il Genoa a Firenze, sono entrato dopo un quarto d'ora e ancora oggi prendo in giro Perin per quella partita. Non so come abbia fatto a parare quel colpo di testa, ma sinceramente avrebbe potuto lasciarlo andare! Ho sempre avuto buoni rapporti con gli allenatori. C’è chi mi ha lasciato qualcosa in più e chi meno, ma credo che ogni esperienza ti faccia crescere, anche quella più difficile. E, sinceramente, li ho sempre ringraziati per quello che mi hanno dato".

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Il trasferimento alla Juve

Cresciuto nella Fiorentina, poi però c'è stata il passaggio alla Juve. Vista la rivalità vissuta dai tifosi viola nei confronti del club bianconero, la cosa non è stata semplice: "Il trasferimento è stato pesante. Non è solo il fatto che andassi alla Juventus, ma che il numero 10 della Fiorentina passasse alla Juventus. Lo capisco, quando succedono certe cose si guarda sempre solo una parte, ed è facile criticare. Fa parte del gioco. Ero un ragazzo di 23 anni, si trattava di un’opportunità che uno può decidere di cogliere o no, io ho deciso di farlo. La Fiorentina mi ha dato tanto e non lo dimenticherò mai, è una cosa che non posso dimenticare, indipendentemente dalla scelta che ho fatto. La Juventus non era nemmeno l'unica squadra che mi stava cercando. Quando fai una scelta del genere, però, sei consapevole di ciò che può scatenare. Se fossi andato in un'altra squadra, forse ci sarebbe stato il 30-40% del clamore. Volevo anche ringraziare, perché alla fine la Fiorentina mi aveva portato fino a lì. A Firenze ho molti amici e sarò sempre grato alla città e alla società. Dieci anni dopo posso dirlo, ma in quel momento non avrei mai potuto farlo. Anche se l'avessi fatto, non sarebbe cambiato nulla per i tifosi viola. Mi hanno anche fatto uno striscione fuori dallo stadio, con parole dure. Ma è comprensibile. Lo accetti, te lo fai passare e vai avanti. Anche questo fa parte del processo di crescita".

L'episodio del certificato medico

In quel frangente, tra l'altro, Bernardeschi fece da apripista per l'espediente del... certificato medico: "Sono stato il primo a lanciare la moda del certificato medico. Non mi presentai al ritiro, perché la trattativa non si sbloccava: la Fiorentina faceva storie, anche se la cosa era ormai fatta. Vuoi sempre far pensare che sia il giocatore ad aver fatto quel tipo di scelta, ma non è solo così. La Fiorentina volevano che mi presentassi per tre giorni in ritiro, ma io sapevo che mi avrebbero 'ucciso' se fossi andato. Così ho fatto uscire il certificato medico, proprio prima che la situazione si sbloccasse. Ma in realtà era una decisione condivisa tra tutte le parti: se uno non è d’accordo, la trattativa non si fa".

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Lo spogliatoio bianconero e il segreto Juve

Ma che Juve ha trovato al suo arrivo a Torino? "Venivano da quattro Scudetti consecutivi, la Juve in quel periodo era una squadra dominante e rappresentava la realtà più importante in Italia e una delle prime in Europa. Un’occasione incredibile anche per la mia crescita personale: mi sono confrontato con campioni veri. C'erano giocatori che avevano vinto di tutto, un ambiente che ti mette alla prova, e poi tocca a te. Mi sono trovato molto bene con il gruppo italiano: Buffon, che era una leggenda già durante la sua carriera, ma anche Chiellini, Barzagli e Marchisio, che mi hanno accolto in modo fantastico. Anche Khedira, Pjanic e Dybala. Funzionava tutto talmente bene che adattarsi è stato facile". Qualcuno alla Juve lo ha voluto più di altri?  "Penso che sia stata la proprietà. La Juventus che ho vissuto si è sempre focalizzata molto sugli italiani e sulla loro presenza nel gruppo. Devono essere loro a portare avanti i valori del club, e il vero segreto della Juve era imparare queste regole, perché un giorno sarai tu a doverle trasmettere. I primi tre anni sono andati alla grande, e il cammino è proseguito in modo positivo".

Il rapporto con Allegri

Poi sul rapporto con Allegri: "È ottimo, anche oggi. Ci sentiamo spesso, e sono molto legato anche al suo staff. Condividere esperienze così ti fa capire che certe cose nella vita non torneranno più. Li sentivo anche quando ero a Toronto, e tra l'altro abito vicino a Max, quindi ci vediamo spesso. Ci sono stati momenti di discussione, ma quando dico la mia, e te lo devo dire, fa parte del gioco. L'importante è il rispetto". I cambi di allenatore alla Juve hanno inciso? Bernardeschi spiega: "Non è stato solo un cambio di allenatore, ma anche di visione a livelli superiori. Non sapremo mai esattamente cosa è successo, ma è una questione molto più grande e complessa. Quando arrivi a lavorare con un allenatore che non conosci, è come il primo giorno di scuola: ognuno ha le sue convinzioni, il suo stile e tu come giocatore devi adattarti a quello che hai davanti. E penso che lo stesso valga per l'allenatore. L’anno in cui ho giocato meno numericamente è stato con Pirlo. Ci sono state delle polemiche inutili, con la storia del 'rischia la giocata'. Per fortuna l'ho trasformata nel mio inno". E a proposito di questo...

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La nascita del 'rischia la giocata'

Il numero 10 del Bologna racconta come è nato il tormentone del 'rischia la giocata', che va avanti tutt'oggi: "Premetto che con Pirlo non ho un bel rapporto, ma un bellissimo rapporto. Le nostre mogli sono molto amiche! Sono state fraintese molte cose: io giocavo poco e non rendevo come mi aspettavo. Devo essere autocritico, ed è stato giusto che in quell’anno stessi in panchina. Con Pirlo non mi sono mai lamentato, anzi. Un nostro amico in comune racconta che ero l'unico a chiedergli come stava ogni mattina. Quando merito, lo dico, quando non merito, lo ammetto. Però andavo in Nazionale e giocavo bene. Parlavano del peso della maglia, ma ero alla Juve da tre anni. Non credo di avere la verità in tasca, posso solo dire cosa non andava in quel periodo, ma non saprei spiegare perché in quel contesto non rendessi. Potrebbe essere la fiducia, una consapevolezza minore che ti abbassa l'autostima. In Nazionale mi fanno rischiare la giocata, mi sentivo più libero di esprimermi. In un club, come la Juve, hai obiettivi quotidiani, la competizione è completamente diversa. Alla Juventus sei una pedina in una scacchiera che deve vincere, e non puoi tirarti indietro. Se non porti a casa trofei, alla Juve non conta quanto hai segnato. Quell’anno abbiamo vinto due trofei, e se devi sacrificare te stesso per un risultato collettivo, va bene così. A volte i tifosi capiscono, altre no".

La gestione delle critiche

Sulla gestione delle critiche spiega: "Il 'rischia la giocata' è nato come meme, e lì devi imparare a riderci sopra. Di meme su di me ce ne sono parecchi. Io stesso ho esagerato: prendiamoci anche un po’ in giro! Quando sono andato in Canada sapevo di non parlare inglese, era meglio farsi tradurre. Ma ho scelto di usare l’inglese subito per dimostrare rispetto alla cultura del posto. E in Canada l’hanno apprezzato. Qui invece è nato il 'one, two, three', ma ne ero consapevole. Però, dietro, ci soffri. Nel momento del 'rischia la giocata' stavo male: ero il primo che voleva dare il massimo con la Juventus. È come togliere a un bambino la voglia di giocare. Venivo già da un anno pesante e questa cosa è esplosa poco prima di un Europeo. Tornando indietro, cercherei di non starci così male. Dovevo prenderla con più leggerezza. Mi colpevolizzavo da solo. Se me ne fossi fregato, sarei stato meglio per mesi. Ma io tengo troppo al mio lavoro, è la mia passione. Se ho mai cercato sostegno psicologico? Sì, avevo iniziato un percorso già tre anni prima, e lo seguo ancora oggi. Se capisci da dove arriva il problema puoi intervenire. Il fallimento fa parte della vita: bisogna analizzarlo, scavare dentro se stessi e non dare la colpa agli altri".

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Il "putiferio" per il pantagonna

Sulle critiche relative alla cura dell'immagine rivela: "Le vivo con serenità. Mi diverto e mi prendo in giro. Capire che il personaggio è diverso dalla persona è fondamentale. Credo anche che noi personaggi pubblici abbiamo la responsabilità di trasmettere valori positivi e di esporci un po’ di più sulle ingiustizie. Dobbiamo impararlo ancora. Dodici anni fa indossai una gonna, un pantagonna. Si scatenò un putiferio, ma che problema c’è? Se mi piace, me lo metto. Mi hanno dato del gay tante volte. E se lo fossi? Pensate che non ve lo direi? Non ci sarebbe alcun problema, anzi ne sarei orgoglioso. E chi ha avuto il coraggio di dichiararlo merita un applauso: ognuno è libero di vivere come vuole. All’epoca, a vent’anni, queste cose mi hanno ferito. Ora ne rido, ma allora no".

La sfida tra Juve e Atletico Madrid

Dalle critiche agli elogi, per una gara in particolare, quella che tutti ricordano in maglia Juve, ovvero la sfida in Champions League contro l'Atletico Madrid: "Un’atmosfera così, tra me e lo stadio, l’ho provata forse una sola volta nella vita. Si erano incastrati mille fattori diversi, ed è nato qualcosa di unico dentro quello stadio. Lo percepivi già nei giorni precedenti. C’era anche la questione tra Cristiano Ronaldo e la Juve. Fu la combinazione tra la gara perfetta e il pubblico perfetto. Recentemente ho giocato a San Siro senza tifoseria e sembra di andare a teatro, ma il calcio non è quello. Non parlo di un tifo malato, ma un pubblico che sostiene la squadra può portarti diversi punti in più".

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"Vi racconto Cristiano Ronaldo"

CR7 decise quella sfida con una tripletta. E a proposito dell'avere come compagna di squadra un fuoriclasse del genere: "Una persona straordinaria, umilissima, incredibile dentro lo spogliatoio. Sul giocatore non c’è nemmeno da parlare. Devi solo essere consapevole che è su un altro livello e non paragonare quello che fa lui a ciò che fai tu. Se lo accetti, non avrai problemi. Devi considerarlo quasi come un’azienda, più che un compagno. Entrando mi diceva sempre che ero 'l’italiano con stile', gli piaceva. Nel suo primo anno potevamo davvero vincere la Champions, purtroppo non ci siamo riusciti. Ma dire che CR7 abbia spaccato lo spogliatoio non è vero: sarebbe un alibi troppo grande. Certo, il personaggio è ingombrante, ma in campo si gioca in undici e la rosa è di venticinque".

"Tra CR7 e Messi..."

Bernardeschi ha giocato nello stesso campionato di Messi, in MLS. Quando gli chiedono chi sia meglio tra lui e Cristiano, risponde: "Sono due mondi diversi. Come Cristiano, Messi è qualcosa che da giocatore fai fatica a comprendere. Ma sono opposti: Messi ti cattura l’occhio, fa cose che sembrano irreali, ha un’aura che non appartiene a questo mondo. Cristiano ha un’altra caratteristica: ha rivoluzionato il calcio e lo sport in generale. Messi, come Maradona, sembra qualcosa di divino. Se oggi gli atleti sono attenti a ogni dettaglio della preparazione, è grazie a Cristiano".

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Il ritorno in Serie A e le differenze con la MLS

Sul suo ritorno in Italia: "Cosa mi mancava di più? La sua bellezza. In Italia vedi realtà straordinarie, città che ti lasciano senza parole. La nostra storia è spesso sottovalutata, anche da noi italiani. Poi viaggi in giro per il mondo e ti rendi conto che dovremmo valorizzarla di più. E per me Roma è la città più incantevole del pianeta". Sull'approccio col Bologna: "Ho trovato un gruppo fantastico, con valori fondamentali. La solidità dei più esperti è davvero importante, e si riflette nei risultati sul campo. Raggiungere certi traguardi non è mai scontato, vuol dire che c'è una società seria dietro. Questo vale in qualsiasi ambito, non solo nel calcio. Mi hanno accolto benissimo, sia i compagni che la città e i tifosi. Mi trovo davvero bene". Sulle differenze tra Serie A e MLS: "In America il calcio è un intrattenimento dal vivo, come andare al cinema. Dal punto di vista tattico, in Europa siamo un passo avanti rispetto a tutti, mentre la MLS è più un gioco di attacco contro difesa: c’è meno preparazione e molto più fisico". 

Chiesa e il sogno Mondiale

All'estero, ma in Inghilterra, gioca Federico Chiesa, che come Bernardeschi è passato dalla Fiorentina alla Juve. I due insieme hanno anche vinto l'Europeo nel 2021: "Ci sentiamo più o meno una volta al mese, ci scambiamo messaggi. Fede è un ragazzo straordinario: i momenti difficili arrivano per tutti, fanno parte del percorso". I due hanno condiviso una straordinaria vittoria con la maglia azzurra. Eppure Bernardeschi vuole coronare un altro desiderio con l'Italia. Il suo sogno è quello di giocare il Mondiale: "Sì che lo sogno, non l’ho mai disputato. Nella vita può succedere di tutto".

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"Vi racconto Cristiano Ronaldo"

CR7 decise quella sfida con una tripletta. E a proposito dell'avere come compagna di squadra un fuoriclasse del genere: "Una persona straordinaria, umilissima, incredibile dentro lo spogliatoio. Sul giocatore non c’è nemmeno da parlare. Devi solo essere consapevole che è su un altro livello e non paragonare quello che fa lui a ciò che fai tu. Se lo accetti, non avrai problemi. Devi considerarlo quasi come un’azienda, più che un compagno. Entrando mi diceva sempre che ero 'l’italiano con stile', gli piaceva. Nel suo primo anno potevamo davvero vincere la Champions, purtroppo non ci siamo riusciti. Ma dire che CR7 abbia spaccato lo spogliatoio non è vero: sarebbe un alibi troppo grande. Certo, il personaggio è ingombrante, ma in campo si gioca in undici e la rosa è di venticinque".

"Tra CR7 e Messi..."

Bernardeschi ha giocato nello stesso campionato di Messi, in MLS. Quando gli chiedono chi sia meglio tra lui e Cristiano, risponde: "Sono due mondi diversi. Come Cristiano, Messi è qualcosa che da giocatore fai fatica a comprendere. Ma sono opposti: Messi ti cattura l’occhio, fa cose che sembrano irreali, ha un’aura che non appartiene a questo mondo. Cristiano ha un’altra caratteristica: ha rivoluzionato il calcio e lo sport in generale. Messi, come Maradona, sembra qualcosa di divino. Se oggi gli atleti sono attenti a ogni dettaglio della preparazione, è grazie a Cristiano".

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