Continua la storia d’amore più lunga dello sport mondiale, è passato un secolo, non la passione. Perché di passione si tratta, non di affari e per questo John Elkann non ha nessuna intenzione di vendere la Juventus. «Rimaniamo pienamente impegnati nei confronti del club e siamo orgogliosi di esserne l’azionista di controllo da oltre un secolo» è la dichiarazione che, ieri mattina, è andata a parare le ennesime voci di un disimpegno. Una manciata di parole in economichese dietro alle quali c’è, tuttavia, un mondo. Anzi una famiglia. John sa benissimo cosa rappresenta la Juventus nel suo albero genealogico, ne conosce il peso emotivo, ne ha ereditato con consapevolezza la responsabilità e ha intenzione di tramandarla ai suoi figli che, a proposito di passione, sono tifosi veri, anzi veraci. La Juventus è una questione di famiglia, è un argomento che attraversa le generazioni e le unisce, non è e non sarà mai business. Non lo era nel Novecento, quando faceva parte dell’universo Fiat, non lo è oggi che la stella bianconera galleggia nella galassia Exor.
Il valore familiare
Nell’ultimo decennio, John ha immesso nelle casse del club quasi un miliardo di euro in ricapitalizzazioni, segno piuttosto tangibile dell’impegno e della dedizione, anche finanziaria, che poco ha che vedere con gli affari (non è esattamente un’attività remunerativa) e molto con il cuore. Gli Agnelli da sempre cercano di rendere la Juventus un’azienda autonoma, in grado di camminare con le proprie gambe senza pesare sui conti di famiglia; ci sono stati periodi nei quali il miracolo è riuscito (l’ultimo con Andrea, che ha chiuso una serie di bilanci in attivo, aggiungendo scudetti al palmares), ma quando il club ha avuto bisogno, gli Agnelli non si sono mai tirati indietro. Non lo fanno neanche stavolta, varando un aumento di capitale da 80 milioni, dopo averne già immessi 30 negli ultimi sei mesi. In un mondo di fondi di investimento, avventurieri e proprietà lontane, la Juventus e la sua famiglia sono una riserva romantica. Che piaccia o meno. Perché a qualcuno non piace, forse perché John non ha la potenza comunicativa di suo nonno (che però era uno dei più formidabili comunicatori del secolo passato) o l’empatia tifosa del cugino Andrea o forse, più semplicemente, per la più brutale legge del calcio, dove tutto fa schifo quando non si vince, tutto è meraviglioso quando si vince. Funziona così ovunque, anche a Torino, dove però la contingenza si scontra con un secolo di storia e continuità. Poi le scelte storte, le svolte sbagliate e le conseguenti inversioni di marcia sono parte dei 102 anni e si stagliano più evidenti su un sfondo la cui filosofia è vincere o, per lo meno, provarci sempre.
