Paratici, plusvalenze e giustizia clava: a cosa serviva quella condanna

Il ritorno alla normalità del dirigente degli Spurs con una ferita profonda che non si rimargina. Proprio perché quell'inchiesta resta unica nel suo genere

“Nessuno ha mai spiegato che la Juventus , io e le persone coinvolte siamo stati condannati non per la valutazione artificiale o distorta dei calciatori ma per un principio contabile che non è mai stato utilizzato prima e non è mai stato utilizzato dopo”. Fabio Paratici rompe il silenzio con un’intervista a Sky, nella quale torna a parlare del caso plusvalenze che gli costato due anni di squalifica e che ha decapitato la Juventus dei nove scudetti consecutivi, creando un danno pazzesco al club e alle persone. Tutto per un “principio contabile che non è stato mai utilizzato prima e mai dopo”, dice giustamente Paratici, che racconta anche l’incubo di trovarsi scaraventato sulle prime pagine dei giornali, trattato come un criminale (“Mi sentivo quasi la vergogna di dover dire che non avevo fatto niente di male. Nella fase personale soprattutto all’inizio ti senti spaesato, non sai cosa sta succedendo, non ne sei abituato”).

Paratici, il patteggiamento e il Tottenham

Poi, quattro anni e mezzo dopo il patteggiamento penale che mette fine alla vicenda: “La richiesta di applicazione della pena è stata una scelta responsabile”, spiega Paratici, consapevole che seguendo l’iter naturale avrebbe dovuto aspettare sette/otto anni con la spada di Damocle di un processo penale sulla testa. Oggi è di nuovo un dirigente del Tottenham, apprezzatissimo dalla proprietà che non lo ha abbandonato durante la squalifica. E ha sfiorato il Milan che, in estate, lo ha cercato a lungo. Il ritorno alla normalità, insomma, con una ferita profonda che non si rimargina proprio perché quella condanna resta unica nel suo genere.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

Plusvalenze impunite

Le plusvalenze, nel calcio italiano, non sono mai state punite prime e restano clamorosamente impunite oggi, con i vari casi aperti e mai chiusi, dal Napoli alla Roma. Stesse fattispecie, diversi trattamenti, giustificati con la supercazzola del “sistema” creato dalla Juventus. Le plusvalenze (fittizie o reali, ma distinguerle è giuridicamente impossibile) erano e rimangono parte di ogni bilancio in Serie A e B, ma solo la Juventus è stata punita. E proprio l’impunità di altri club che hanno agito nello stesso modo fa risaltare in modo lampante l’idea che quell’inchiesta, quella condanna, serviva a togliere di mezzo Andrea Agnelli, “colpevole” del tentativo di creare al Superlega. Di recente, il deputato Mauro Berruto, ha spiegato in Parlamento che la giustizia sportiva può essere usata come “clava contro avversari politici”. E la metafora è davvero calzante. 

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“Nessuno ha mai spiegato che la Juventus , io e le persone coinvolte siamo stati condannati non per la valutazione artificiale o distorta dei calciatori ma per un principio contabile che non è mai stato utilizzato prima e non è mai stato utilizzato dopo”. Fabio Paratici rompe il silenzio con un’intervista a Sky, nella quale torna a parlare del caso plusvalenze che gli costato due anni di squalifica e che ha decapitato la Juventus dei nove scudetti consecutivi, creando un danno pazzesco al club e alle persone. Tutto per un “principio contabile che non è stato mai utilizzato prima e mai dopo”, dice giustamente Paratici, che racconta anche l’incubo di trovarsi scaraventato sulle prime pagine dei giornali, trattato come un criminale (“Mi sentivo quasi la vergogna di dover dire che non avevo fatto niente di male. Nella fase personale soprattutto all’inizio ti senti spaesato, non sai cosa sta succedendo, non ne sei abituato”).

Paratici, il patteggiamento e il Tottenham

Poi, quattro anni e mezzo dopo il patteggiamento penale che mette fine alla vicenda: “La richiesta di applicazione della pena è stata una scelta responsabile”, spiega Paratici, consapevole che seguendo l’iter naturale avrebbe dovuto aspettare sette/otto anni con la spada di Damocle di un processo penale sulla testa. Oggi è di nuovo un dirigente del Tottenham, apprezzatissimo dalla proprietà che non lo ha abbandonato durante la squalifica. E ha sfiorato il Milan che, in estate, lo ha cercato a lungo. Il ritorno alla normalità, insomma, con una ferita profonda che non si rimargina proprio perché quella condanna resta unica nel suo genere.

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