Il modello Lobotka e gli altri
C’è un uomo simbolo nella valorizzazione dei singoli: Stanislav Lobotka. Il Napoli lo prese nel 2020 su richiesta di Rino Gattuso. Ma lo slovacco faticò tantissimo ad ingranare, nonostante lo scopo dell’investimento fosse chiaro a tutti: affidare all’ex Celta Vigo la cabina di regia di una squadra che aveva bisogno di un direttore d’orchestra per decollare. Spalletti ne ha intuito da subito la funzionalità. Oltre a Kvaratskhelia, non esiste giocatore più emblematico di Lobotka nella narrazione del terzo scudetto azzurro. Il dossier, però, contiene esempi di ogni tipo. A partire dagli anni d’oro di Udine: De Sanctis, Jankulovski, Pizarro, Iaquinta e Muntari spiccano su tutti. E poi a Roma: Totti centravanti è un’intuizione che gli ha allungato la carriera. Ma tutti ricordano anche il lavoro svolto con Chivu, De Rossi, Aquilani, Mexes, Perrotta, Mancini e Vucinic. Gente di estrazione diversa, con vissuti differenti, con ruoli agli antipodi. Tutti trasformati da Spalletti, l’inventore della versione devastante di Momo Salah. Della valorizzazione di Rudiger e Brozovic, di Nainggolan e Skriniar, di Osimhen e Rrhamani.

