Gian Paolo Montali è una scatola cinese di esperienze. La prima appartiene al volley: una vita da vincente nei club (sei scudetti in quattro città diverse), nel 2003 diventa ct dell’Italia conquistando due ori europei consecutivi (2003 e 2005), un bronzo (2003) e un argento (2004) alla World League. Oltre, naturalmente, alla medaglia d’argento ad Atene nel 2004. Nel 2006, dopo Calciopoli, diventa consigliere d’amministrazione della Juve. Poi la Roma, per volontà di Unicredit: doveva essere l’anello di congiunzione tra la presidenza Sensi e la gestione Pallotta. La fugace esperienza sempre nel calcio, in Inghilterra, al Leyton Orient. E infine il golf, con l’organizzazione della Ryder Cup in Italia. Montali la racconta con una certa ironia: «È stato come organizzare il mondiale di sci in Giamaica».
"Ryder Cup di golf più forte del pallone"
Gian Paolo Montali, ma lei come ci è finito nel calcio? «Come diceva Whitman: “Sono un uomo vasto, contengo moltitudini”. Tutto parte da John Elkann: mi chiama alla Juve per ridisegnare lo stile del club dopo Calciopoli. Poi dovevo andare al Napoli, ma in una settimana è cambiato tutto e sono finito alla Roma. Ho fatto da advisor nell’acquisizione del Leyton Orient in Inghilterra, ma da lì mi sono fermato: il richiamo di Malagò e Chimenti per affidarmi l’organizzazione della Ryder Cup di golf è stata più forte del pallone. E adesso sto lavorando ad un progetto con la Technogym». Quale Juve-Roma ricorda più volentieri? «I ricordi di Juve e Roma sono fortissimi: due ambienti agli antipodi, ma mi sono divertito tanto. Di Juve-Roma ne ricordo uno veramente con piacere: il blitz con i giallorossi a Torino il 23 gennaio 2010, con i gol di Totti e Riise. Fu una vittoria speciale».
John Elkann e la Juventus
Come riuscì John Elkann a convincerla ad andare alla Juve? «Mi sorprese molto. Stavo raccogliendo delle ciliegie: sento il telefono che squilla, pensavo ad uno scherzo di uno dei miei amici. John, quando gli descrissi l’attimo, mi disse: “Che bella scena bucolica”. Capii che fosse lui. Corsi a Torino per incontrarlo. Mi convinse a cambiare vita: dovevo rivoluzionare lo stile della società. Mi chiese di creare un progetto a medio-lungo termine, di dare un volto nuovo al club, un’immagine moderna dopo Calciopoli». E poi? Perché il filo si è spezzato? «Sarei rimasto, ma fece tutto Blanc: pensava che non potessero esserci tre persone diverse a fare il presidente, l’amministratore delegato e il direttore generale. Immaginava che questo ruolo potesse essere ricoperto sostanzialmente da una sola persona. Elkann, però, si comportò da vero manager: si fidò di Blanc, come adesso si sta fidando di Comolli. Prima di andare via, però, gli consigliai di incontrare Beppe Marotta, un uomo di calcio che mancava in quella Juve. Fu lui la chiave per far svoltare il club».
