Sulle difficoltà dei giovani ad emergere
Lavorando nel settore giovanile della Juve si è reso conto del perché i talenti, in Italia, fatichino a sbocciare? «Ho sentito parlare molta gente. Posso dire la mia sulla Primavera, non sul sistema, perché non ho vissuto il percorso dall’Under 18 in giù. Di sicuro, non mi piace l’ultima riforma: è inconcepibile che ragazzi di 20 anni giochino ancora nel settore giovanile. Ci confrontiamo con squadre che hanno un’età media talvolta maggiore di 10 anni rispetto alla nostra: per noi è utile, che abbiamo anche i 2009, ma per loro? È una domanda che mi faccio, questo può essere un freno alla crescita di determinati giocatori».
Ma quindi i talenti ci sono? «Sì, ma siamo troppo conservativi. Basti vedere quante squadre scendano in campo col 3-5-2: se a noi adulti manca coraggio, come possiamo trasmetterlo ai ragazzi? Non mi piace parlare di moduli, ma con certi schieramenti i giocatori di talento vengono sacrificati. Ed è un peccato. Così la crescita rallenta».
Lei è uscito dal settore giovanile dell’Atalanta, ora allena nel vivaio della Juve. Sono mondi paragonabili? «Si, Atalanta e Juve sono simili, soprattutto nella gestione dei ragazzi. L’aspetto umano degli allenatori di Mino Favini, ai miei tempi, faceva la differenza. Contava il comportamento, così come qui alla Juve. In questo lasso di tempo, però, è cambiata l’importanza dell’aspetto scolastico: penso a tutti gli allenatori che devono rifornire la prima squadra al mattino e così sono costretti ad allenarsi, con la Primavera, alla stessa ora. Per fortuna non è il caso della Juve, ma così i ragazzi perdono la scuola. Fai fatica ad insegnare la disciplina ai giocatori. Non solo: giochiamo più di 50 partite l’anno tra tutte le competizioni, quando facevo la Primavera io se ne giocavano quasi la metà. E le pressioni sui ragazzi sono tantissime: lo noto quando vado sugli spalti a vedere i miei figli. Bisogna dargli un supporto, menomale che alla Juve siamo all’avanguardia anche da questo punto di vista».
