La famiglia Agnelli e la lezione di Lippi
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«Con il dottor Umberto avevo un ottimo rapporto. Sono andato a conoscerlo durante il mio primo giorno a Torino. Mi ha fatto: “Benvenuto, Ferrara. Sappia una cosa: qui dobbiamo vincere”. E io: “Dottore, non si preoccupi: ci proveremo”. E lui: “No, forse non ci siamo capiti...”. C’era fare, non provare».
E l’Avvocato?
«Primo anno, trasferta a Lisbona, eravamo in aeroporto. Mi ha dato la mano, dicendomi: “Salve, Ferrara. Benvenuto a Torino. Mi dica una cosa: com’era Maradona?”. Sono cascato dal pero: pensavo chiedesse di me, della famiglia, di come andavano i primi giorni. Poi ancora: “E com’è Zola?”. Dietro avevo Luca Vialli che rideva a crepapelle».
Qual è stata la più grande lezione che le ha lasciato Lippi?
«La capacità di saper creare un gruppo con qualità, intanto umane e poi tattiche. Nella famosa partita con il Foggia ci ha cambiato. Disse: adesso basta, non voglio più vedere una squadra passiva, ma una che abbia il coraggio di andare a prendere i propri avversari nella loro metà campo».
Com’è stato portare in giro quella coppa?
«Il coronamento di un lavoro intero, che è pure quello dell’anno precedente. Allora, in Champions, andava solo chi vinceva lo scudetto. Non potevi mollare. Ma ricordo anche l’avvicinamento all’Olimpico, in pullman: vedevo tifosi ovunque, percepivi la voglia di fare la storia».
Che effetto le fa essere un pezzo da museo nella storia della Juventus?
«Mi fa notevolmente piacere. Non era scontato restare tanti anni, raggiungere tanti obiettivi. Perdere anche qualcosa di importante, purtroppo. Sono felice dell’esperienza che mi ha dato la Juve: è stato un altro step nella mia carriera».
Delle tre finali perse, qual è quella che brucia di più?
«Con il Real non l’ho giocata: mi ero fratturato tibia e perone qualche mese prima. Ci sta che possa bruciare il gol di Mijatovic, però con il Borussia eravamo proprio più forti. Questa, ahimé, è la bellezza della competizione: se in campionato vivi di costanza, qui basta una partita storta e sei fuori».
