Amici, uomini e campioni. La Champions si vince così

Scherzi e allenamenti sfiancanti, professionismo totale e le cene del giovedì, qualità tecniche enormi e umiltà totale: la squadra perfetta

Come si vince una Champions? Se la Juventus del 1996, partendo dal suo condottiero, Marcello Lippi, dovesse registrare un tutorial da mettere on line, partirebbe dal basilare concetto di equilibrio. Tattico, certamente, perché quella Juventus si basava sul bilanciamento perfetto fra le due fasi: quella offensiva, alla quale partecipavano senza timori, anche i difensori; quella difensiva che vedeva i tre attaccanti essere coinvolti per primi, aggredendo l’avversario già nella sua metà campo.  Ma non è solo una questione di tattica. Quella Juventus ha vinto per altre ragioni, anzi per altri fattori, apparentemente contrastanti, in realtà perfettamente fusi nel gruppo più indimenticabile che il club abbia mai avuto.

Juve, tra le sedute di Ventrone e i campioni veri

Una Champions si vince ridendo come matti e allenandosi in modo sfiancante. E le due cose non solo possono, ma devono convivere. Le massacranti sedute di Giampiero Ventrone, il marine prestato alla preparazione atletica, non avrebbero prodotto quei risultati se, prima e dopo, i giocatori non ci avessero scherzato su, non avessero fatto ironia sui carichi sovrumani, non si fossero presi in giro, accusandosi reciprocamente di aver saltato un serie di addominali. Massima serietà, massima allegria: insieme, ma nei tempi giusti. I leader, quelli che dettavano i tempi del gruppo, sapevano perfettamente quando si poteva ridere e quando si doveva soffrire. E le risate lenivano la fatica, a volte insensata, di certe sedute. Era anche piena di fuoriclasse, quella Juventus. Ovunque c’erano giocatori con qualità tecniche fuori dal comune, in grado di cambiare una partita con un’invenzione, un colpo, una giocata. Da Del Piero a Jugovic, da Vialli a Paulo Sousa e l’elenco completo è lungo.

Del Piero, Conte, Ferrara: talento e umiltà

Nessuno di loro, tuttavia, aveva la presunzione di ritenersi superiore o esente dai sacrifici collettivi. Dei veri fenomeni del calcio, insomma, non schivavano gli obblighi tattici e i regolamenti collettivi, unendo alla loro infinita classe anche un’umiltà rara e, quindi, preziosissima. L’unità del gruppo ne giovava, anzi ne risultava cementata, perché tutti remavano nella stessa direzione, venendosi incontro nelle esigenze in campo, senza che nessuno facesse pesare il suo status calcistico.Naturalmente, tutti erano dei professionisti esemplari. Per esempio Torricelli che veniva dai Dilettanti e capiva in modo profondo il privilegio e i privilegi della sua condizione di giocatore della Juventus. Ma anche Ravanelli, Del Piero, Jugovic, Peruzzi, Ferrara, Conte, Deschamps… Nessuno sgarrava, tutti avevano un atteggiamento da serio professionista: a tavola, nel tempo libero, nel modo in cui approcciavano gli allenamenti, senza alcuna distrazione.

Vialli, l'anima della Juve di Lippi

Eppure, erano anche dei giocatori che si concedevano relax e distrazioni (per esempio le leggendarie cene del giovedì, svolte con la benedizione di Lippi). Anche in questo caso, il bilanciamento saggio tra i due comportamenti, aveva creato del valore aggiunto per l’allenatore, anche perché giocatori più sereni danno sempre qualcosa in più, rispetto a quelli cui si vieta di vivere anche la normalità di un ragazzo tra i venti e i trent’anni. Lippi, quindi, trovò l’equilibrio in ogni dettaglio, plasmandolo al meglio, ma trovò, anche e soprattutto, Gianluca Vialli, suo grande estimatore. Di Vialli non sono i gol che si ricordano più facilmente, ma quella straordinaria attitudine e il suo strepitoso carisma con i quali trascinava il gruppo. Vialli è stato l’anima di quella Juve. E mai come in questa frase non si abusa del “modo di dire” e si riporta la vera verità. Se l’anima è quella che dà vita al corpo, Vialli era anima di quella Juve. Anima pura, anima coraggiosa, anima di cui milioni di tifosi si sono innamorati in quella stagione. Vialli non è il personaggio principale della storia, è il personaggio indispensabile per raccontarla. La sua capacità di mettere insieme così tante teste, così tanti caratteri e così tante abitudini, è straordinaria. Se non ci fosse stato Vialli, forse, non ci sarebbe stata quella Juve e non ci sarebbe stata quella Coppa. E lo sanno e lo ricordanno sempre tutti.

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