La razionalità della Juve, la ferocia della Roma

Il mercato non cambia le gerarchie della Serie A: bianconeri più solidi, ma Scudetto lontano e conti sempre più difficili

Dopo tre mesi di faticosissime trattative e affari che non riescono più a camuffare l’impoverimento galoppante del calcio italiano, si ha l’impressione che poco sia cambiato nell’equilibrio ai vertici del campionato. Non è arrivato, insomma, un giocatore o un gruppo di giocatori che danno l’impressione di aver modificato in modo sostanziale le gerarchie. Per dire: l’Inter rimane la più forte e lo sarebbe rimasta anche senza i tre inglesi che pure ne aumentano il valore. Il Napoli è rimasto identico, ma resta con una rosa in grado di oscillare tra il secondo e il terzo posto. Le impressionanti e feroci prime due prestazioni della Roma si basano su gente che c’era anche l’anno scorso, come il sorprendente Malen e il divino Dybala, oltre che alla bravura di Gasperini (a cui le pessime pubbliche relazioni e un carattere spigolosetto non consentiranno di vedersi riconosciuti gli stessi meriti di Guardiola nell’aver cambiato il calcio odierno). Il Como ha faraoneggiato e ha costruito una squadra per non sfigurare in Champions e rimanere in zona quarto posto (ma parlare di scudetto, per ora, è prematuro). Del Milan incuriosiscono il percorso e le modalità con cui si è profondamente rinnovato dalla dirigenza alla rosa, ma, in attesa che il lavoro di Amorim lasci tracce più nitide in campo, non dà l’impressione di essere così notevolmente più forte (o più debole) rispetto allo scorso anno. E pure la Juve, che ha iniziato la risalita su di un sentiero ripido e ristretto dai paletti dell’Uefa, sembra più logica e quadrata dell’anno scorso, ma non pare aver compiuto un sostanzioso e sostanziale salto di qualità, anche se potrebbe dare più soddisfazioni e anche sorprendere i suoi tifosi, forse tra i più scettici della lunga estate.

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Juve, una squadra più forte rispetto alla scorsa stagione

La Juve è, certamente, più forte dell’anno scorso. Lo si può dire in modo quasi oggettivo, perché Vicario è meglio di Di Gregorio; perché Lucumì è meglio di Kelly (che comunque resta un’ottima alternativa); perché Celik è meglio del Cambiaso degli ultimi diciotto mesi; perché Pape Sarr l’anno scorso non c’era e Woltemade non può essere in nessuno modo peggio di Openda o David. Alajbegovic, infine, ha un potenziale tutto da esplorare e non ha il peso di cambiare il destino della squadra, ma semmai di impreziosirlo con il suo talento. È difficile pensare che questi siano rinforzi da scudetto, ma è altrettanto difficile pensare che la squadra possa fare peggio della passata stagione. L’Europa League dovrà essere un obiettivo, così come la crescita di un gruppo ancora privo di leader. La Juve ha fatto quello che poteva e lo ha fatto con logica. Se Woltemade o Pape Sarr non dovessero rivelarsi all’altezza, non bucheranno il bilancio come un Openda o un Koopmeiners. Se Celik, Lukumì e Alajbegovic dovessero funzionare, aumentano la solidità della base sulla quale continuare a costruire l’anno prossimo. Dopo anni di ricette miracolose che promettevano la resurrezione in tre mesi, la Juve ha, forse, imboccato una strada meno affascinante ma più concreta.

 

 

Mercato di Serie A, tra conti e inferiorità economica

D’altronde, con l’eccezione del già citato Como e del famelico mercato della Fiorentina, hanno prevalso la necessità di far quadrare i conti e l’inferiorità economica rispetto alla Premier e alle grandi corazzate europee. È sempre più difficile nascondere l’usura delle finanze della Serie A e il tormentone estivo, noioso e stucchevole quasi come un reggaeton, è assai significativo in proposito: «Per comprare bisogna prima vendere». Ma un mercato in cui tutti cercano di vendere e nessuno può comprare diventa una vertigine di illusioni, compromessi e molte scommesse. Solo i prossimi mesi, quindi, consentiranno di valutare con attenzione il lavoro dei ds, la maggior parte dei quali ha rammendato i buchi della rosa con toppe più o meno onorevoli e solo qualcuno è riuscito a rinforzare il tessuto.

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Torino, mercato in extremis e rischio retrocessione

Il Toro, per esempio, ha messo un po’ di pezze nelle ultime frenetiche ore del mercato, uno spettacolo poco onorevole come quello offerto dalla squadra nella sfida di Coppa Italia con il Monza. Difficile stabilire se Bragança, Mandragora e Patterson basteranno a evitare un’altra stagione di strazi e offese alla storia, soprattutto se si ha negli occhi l’inconsistenza granata delle ultime tre partite (e altrettante sconfitte). I tre rattoppi dell’ultimo giorno devono fare miracoli perché il Toro scansi una pericolosa lotta per la retrocessione. Per dire, il colpo di reni della Lazio, dopo il disastroso incipit di stagione è parso decisamente più credibile. Che abbia, dunque, inizio la stagione. Sì, lo so che è iniziata da due settimane abbondanti, ma come si fa a considerare una cosa seria due giornate di campionato con il mercato aperto? Certo, i punti valgono come quelli degli ultimi due turni, ma è tutto così clamorosamente fuori tempo e fuori da ogni logica che non bastano gli anni per assuefarsi a questa sciagurata abitudine che non sincronizza la fine del mercato con l’inizio del campionato. Continuiamo così, facciamoci del male.

 

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Dopo tre mesi di faticosissime trattative e affari che non riescono più a camuffare l’impoverimento galoppante del calcio italiano, si ha l’impressione che poco sia cambiato nell’equilibrio ai vertici del campionato. Non è arrivato, insomma, un giocatore o un gruppo di giocatori che danno l’impressione di aver modificato in modo sostanziale le gerarchie. Per dire: l’Inter rimane la più forte e lo sarebbe rimasta anche senza i tre inglesi che pure ne aumentano il valore. Il Napoli è rimasto identico, ma resta con una rosa in grado di oscillare tra il secondo e il terzo posto. Le impressionanti e feroci prime due prestazioni della Roma si basano su gente che c’era anche l’anno scorso, come il sorprendente Malen e il divino Dybala, oltre che alla bravura di Gasperini (a cui le pessime pubbliche relazioni e un carattere spigolosetto non consentiranno di vedersi riconosciuti gli stessi meriti di Guardiola nell’aver cambiato il calcio odierno). Il Como ha faraoneggiato e ha costruito una squadra per non sfigurare in Champions e rimanere in zona quarto posto (ma parlare di scudetto, per ora, è prematuro). Del Milan incuriosiscono il percorso e le modalità con cui si è profondamente rinnovato dalla dirigenza alla rosa, ma, in attesa che il lavoro di Amorim lasci tracce più nitide in campo, non dà l’impressione di essere così notevolmente più forte (o più debole) rispetto allo scorso anno. E pure la Juve, che ha iniziato la risalita su di un sentiero ripido e ristretto dai paletti dell’Uefa, sembra più logica e quadrata dell’anno scorso, ma non pare aver compiuto un sostanzioso e sostanziale salto di qualità, anche se potrebbe dare più soddisfazioni e anche sorprendere i suoi tifosi, forse tra i più scettici della lunga estate.

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