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Sullo scudetto 2006 nessuno vuole decidere
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Sullo scudetto 2006 nessuno vuole decidere

Il Collegio di Garanzia del Coni: «Inammissibile il ricorso Juve», ma non entra nel merito delle telefonate Inter. Ancora una volta la Giustizia Sportiva non va oltre la forma. La Juve attende le motivazioni

di Guido Vaciago martedì 7 maggio 2019

Dieci anni dopo la scoperta delle telefonate interiste, la Giustizia Sportiva non si è ancora pronunciata una sola volta nel merito della vicenda che portò l’assegnazione a tavolino dello scudetto 2005-06 all’Inter. Neppure ieri, quando l’ennesimo ricorso della Juventus è stato respinto dal Collegio di Garanzia del Coni, cui il club bianconero aveva chiesto di esprimersi sull’opportunità di revocare il titolo ai nerazzurri i cui dirigenti, come emerse nel dibattimento del processo penale al Tribunale di Napoli, erano stati protagonisti di contatti con gli arbitri analoghi a quelli tenuti dai dirigenti della Juventus. Un fatto, quest’ultimo, che venne sancito dalla cosiddetta Relazione Palazzi, dal nome del procuratore federale di Calciopoli. Palazzi il 4 luglio 2011 pubblicò un documento ufficiale nel quale analizzava le nuove prove emerse a Napoli e occultate dagli inquirenti durante le indagini e scrisse che i vertici interisti sarebbe stati da processare all’epoca e non per una violazione secondaria, ma per «illecito sportivo», date le nuove intercettazioni e i nuovi fatti posti alla sua attenzione. Solo la prescrizione evitò una seconda Calciopoli, nella quale l’Inter avrebbe rischiato condanne simili a quelle della Juventus. E proprio su questo argomento, ieri, si è espresso l’avvocato Luigi Chiappero davanti al Collegio di Garanzia, spiegando: «Quando pensi alle telefonate di Moggi pensi a Moggi, quando pensi alle telefonate di Facchetti, pensi a quel signore per bene che ci ha fatto vincere in Europa con eleganza: la differenza è tutta qui perché le telefonate dell’uno e dell’altro sono davvero poca cosa». Luisa Torchia, in rappresentanza dell’Inter, ha controbattuto: «Pesano le ripetute sentenze, penali, amministrative e sportive, che si sono seguite negli anni. Si propone sempre lo stesso quesito senza tenere conto di quello che hanno detto in tutti questi anni tutti i giudici».

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