“Hjulmand preso a 150 mila euro, lo consiglierei a chiunque. Con la Juve una festa”

Intervista esclusiva al presidente del Lecce Sticchi Damiani: “Tiago Gabriel resta. Che soddisfazione il gol di Dorgu a Old Trafford”
“Hjulmand preso a 150 mila euro, lo consiglierei a chiunque. Con la Juve una festa”
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Domani Juventus-Lecce. Due mondi agli antipodi. E non solo per blasone, storia, ambizioni e disponibilità economiche. I bianconeri sono ripartiti da Damien Comolli, l’uomo in questo momento più affine al “Money ball”. I dati come criterio supremo per costruire un futuro vincente. I salentini, al contrario, esprimono altri concetti: occhio umano, scouting alla maniera degli antichi e legame fortissimo col territorio. C’è Saverio Sticchi Damiani, presidente dal 2017, a rappresentare un modo di fare calcio diverso da tutti. Controcorrente. In regia spicca Pantaleo Corvino, abilissimo navigatore nei mari tempestosi del mercato. Insieme inseguono la quarta salvezza consecutiva in Serie A: non è un modo per nascondersi, ma una strada per guardare sempre in faccia la realtà. Senza illudere il popolo leccese, gente che vive per una squadra diventata un orgoglio del Meridione. Presidente Sticchi Damiani, inizia un 2026 molto impegnativo per il Lecce. Quando ripensa all’anno appena passato, invece, quali sensazioni le rimangono? «È stato un 2025 straordinario: non è mai successo che il Lecce si sia salvato per tre stagioni di fila in Serie A. E poi abbiamo appena chiuso il miglior bilancio della nostra storia, con un utile di oltre 20 milioni. A questo si aggiunge il record di abbonati: non posso non essere felicissimo». 

Il metodo Lecce

In cosa consiste il metodo Lecce? «Ci sono club che spendono risorse che non hanno. Il modello Lecce invece è un abito su misura: qui abbiamo una proprietà salentina e una dirigenza salentina, cerchiamo di esaltare la nostra salentinità senza però cadere nel provincialismo. Siamo aperti alla crescita: avremo presto uno stadio ristrutturato e abbiamo finalmente un centro sportivo. Sul mercato giocatori, invece, siamo attentissimi alle opportunità estere. Il nostro dna resta legato al territorio: siamo diversi da tutti». E siete anche autosufficienti sul piano finanziario. «Siamo partiti in anticipo su questo. In C e in B noi soci abbiamo fatto grandi sforzi, in A si possono correre più rischi sul piano sportivo, ma gli introiti ti possono rendere autosufficiente». Qual è la salvezza che più la inorgoglisce? «Sono legato a tutte e tre, ma l’ultima è forse la più bella. Per come abbiamo vinto a Roma, per quello che ci ha lasciato la morte di Graziano Fiorita. In pochi credevano alla nostra permanenza in Serie A: sembrava tutto compromesso, ma ce l’abbiamo fatta».

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I gioielli ceduti

E tra i gioielli ceduti in questi anni a chi è più affezionato? «Sono legato a tutti, in ugual modo. Bello vedere Dorgu fare gol a Old Trafford, per noi che l’abbiamo visto giocare con la nostra Primavera. Già da lì si vedeva un valore importantissimo. Lui catturava l’attenzione, così come Gonzalez che purtroppo ha dovuto smettere di giocare e Berisha, che oggi è un perno del Lecce». Quanto è stato difficile privarsi di un elemento come Dorgu a gennaio dello scorso anno? «Mi ha fatto male perché mi sono dovuto contraddire. Pensavo realmente che a gennaio non avrei ceduto nessuno, ma non ci aspettavamo quel rialzo da parte dello United. Siamo rimasti spiazzati anche dalla assoluta indisponibilità del club inglese a differire l’operazione nel giugno successivo. In Italia si erano spinti fino a 20 milioni (il Napoli, ndr), soldi a cui noi avevamo detto no. Mi brucia ancora perché i fatti hanno contraddetto le parole mie e di Corvino, sebbene fossimo in totale buona fede. Tecnicamente eravamo tranquilli: avevamo Pierotti che era pronto. In quel momento storico Dorgu era paradossalmente un giocatore sostituibile, nonostante il suo grande valore, perché impiegato sistematicamente a destra, da esterno a piede invertito. Ruolo nel quale perdeva molte delle sue potenzialità. Sono contento che a Manchester sia tornato a giocare nel suo ruolo naturale dove è devastante». 

 

 

Il mercato e il colpo Hjulmand

A gennaio è previsto un nuovo sacrificio doloroso come quello di Dorgu? «Non mi sento di dire che rimarranno tutti a gennaio, sebbene questa sia la mia volontà». Si sente di escludere una partenza a gennaio di Tiago Gabriel? Anche la Juve è attenta al difensore. «Tiago Gabriel è un fine 2004: sta facendo benissimo. Riteniamo sia fortissimo. Abbiamo bisogno di lui, ma lui ha bisogno di noi. Questo non è il momento giusto per cederlo». Domani c’è proprio la sfida contro la Juve. Cosa rappresenta per lei? «Quando affrontiamo la Juve è sempre una festa. Abbiamo giocato e talvolta perso contro piccole piazze della serie C, per cui questa partita mi fa assaporare il percorso fatto in questi anni». Alla Juve, in orbita mercato, si parla anche di Hjulmand. «Hjulmand è un’intuizione di Corvino. Solo un visionario come lui poteva intravedere certe qualità: in Austria non giocava. Da noi faceva il capitano a 21 anni: ha un’intelligenza non comune, lo trovi ovunque, lo consiglierei a tutti i club». Ma come si riescono a trovare giocatori come Hjulmand? Qual è il processo? «Il direttore guarda filmati a raffica. Poi trova dei profili con qualità che altri non vedono, altrimenti non si prende Hjulmand a 150 mila euro. Lui vede dove gli altri non vedono».

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Gli allenatori preferiti e il futuro

Qual è l’allenatore a cui è più legato della sua gestione? «Da un punto di vista tecnico dico Liverani per l’impronta che ci ha dato nel passaggio dalla Serie C alla Serie A. Poi Giampaolo, un uomo limpido e onesto come pochi. E ora Di Francesco: condivide i miei stessi valori, ci sta dando tantissimo». Come avete fatto a non farvi influenzare dai risultati delle ultime due stagioni di Di Francesco prima della firma? «Le due retrocessioni, in realtà, ci hanno la forza per prenderlo. Meritava di salvarsi, ma il lavoro che ha espresso ci ha convinto del tutto. E ha fame, tipica di chi ha subito due ingiustizie consecutive». Tiago Gabriel ormai è una realtà. Chi saranno i prossimi pronti all’esplosione? «Mi sento di scommettere su Siebert e Veiga. Berisha non lo nomino perché lo considero già sbocciato». Chiuda gli occhi ed esprima un desiderio per il nuovo anno. «Nel 2026 voglio uno stadio ristrutturato e coperto. Da vivere in Serie A». Ma è davvero così impensabile immaginare il Lecce in Europa, un giorno? «Non possiamo parlare di Europa, non abbiamo la forza per questo tipo di step. Non voglio vendere fumo, fare calcio nella nostra dimensione è durissima. Quindi non fantastichiamo: pensiamo solo alla Serie A, anche se il tifoso deve essere sempre libero di sognare». 

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Domani Juventus-Lecce. Due mondi agli antipodi. E non solo per blasone, storia, ambizioni e disponibilità economiche. I bianconeri sono ripartiti da Damien Comolli, l’uomo in questo momento più affine al “Money ball”. I dati come criterio supremo per costruire un futuro vincente. I salentini, al contrario, esprimono altri concetti: occhio umano, scouting alla maniera degli antichi e legame fortissimo col territorio. C’è Saverio Sticchi Damiani, presidente dal 2017, a rappresentare un modo di fare calcio diverso da tutti. Controcorrente. In regia spicca Pantaleo Corvino, abilissimo navigatore nei mari tempestosi del mercato. Insieme inseguono la quarta salvezza consecutiva in Serie A: non è un modo per nascondersi, ma una strada per guardare sempre in faccia la realtà. Senza illudere il popolo leccese, gente che vive per una squadra diventata un orgoglio del Meridione. Presidente Sticchi Damiani, inizia un 2026 molto impegnativo per il Lecce. Quando ripensa all’anno appena passato, invece, quali sensazioni le rimangono? «È stato un 2025 straordinario: non è mai successo che il Lecce si sia salvato per tre stagioni di fila in Serie A. E poi abbiamo appena chiuso il miglior bilancio della nostra storia, con un utile di oltre 20 milioni. A questo si aggiunge il record di abbonati: non posso non essere felicissimo». 

Il metodo Lecce

In cosa consiste il metodo Lecce? «Ci sono club che spendono risorse che non hanno. Il modello Lecce invece è un abito su misura: qui abbiamo una proprietà salentina e una dirigenza salentina, cerchiamo di esaltare la nostra salentinità senza però cadere nel provincialismo. Siamo aperti alla crescita: avremo presto uno stadio ristrutturato e abbiamo finalmente un centro sportivo. Sul mercato giocatori, invece, siamo attentissimi alle opportunità estere. Il nostro dna resta legato al territorio: siamo diversi da tutti». E siete anche autosufficienti sul piano finanziario. «Siamo partiti in anticipo su questo. In C e in B noi soci abbiamo fatto grandi sforzi, in A si possono correre più rischi sul piano sportivo, ma gli introiti ti possono rendere autosufficiente». Qual è la salvezza che più la inorgoglisce? «Sono legato a tutte e tre, ma l’ultima è forse la più bella. Per come abbiamo vinto a Roma, per quello che ci ha lasciato la morte di Graziano Fiorita. In pochi credevano alla nostra permanenza in Serie A: sembrava tutto compromesso, ma ce l’abbiamo fatta».

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