© APSDomani Juventus-Lecce. Due mondi agli antipodi. E non solo per blasone, storia, ambizioni e disponibilità economiche. I bianconeri sono ripartiti da Damien Comolli, l’uomo in questo momento più affine al “Money ball”. I dati come criterio supremo per costruire un futuro vincente. I salentini, al contrario, esprimono altri concetti: occhio umano, scouting alla maniera degli antichi e legame fortissimo col territorio. C’è Saverio Sticchi Damiani, presidente dal 2017, a rappresentare un modo di fare calcio diverso da tutti. Controcorrente. In regia spicca Pantaleo Corvino, abilissimo navigatore nei mari tempestosi del mercato. Insieme inseguono la quarta salvezza consecutiva in Serie A: non è un modo per nascondersi, ma una strada per guardare sempre in faccia la realtà. Senza illudere il popolo leccese, gente che vive per una squadra diventata un orgoglio del Meridione. Presidente Sticchi Damiani, inizia un 2026 molto impegnativo per il Lecce. Quando ripensa all’anno appena passato, invece, quali sensazioni le rimangono? «È stato un 2025 straordinario: non è mai successo che il Lecce si sia salvato per tre stagioni di fila in Serie A. E poi abbiamo appena chiuso il miglior bilancio della nostra storia, con un utile di oltre 20 milioni. A questo si aggiunge il record di abbonati: non posso non essere felicissimo».
Il metodo Lecce
In cosa consiste il metodo Lecce? «Ci sono club che spendono risorse che non hanno. Il modello Lecce invece è un abito su misura: qui abbiamo una proprietà salentina e una dirigenza salentina, cerchiamo di esaltare la nostra salentinità senza però cadere nel provincialismo. Siamo aperti alla crescita: avremo presto uno stadio ristrutturato e abbiamo finalmente un centro sportivo. Sul mercato giocatori, invece, siamo attentissimi alle opportunità estere. Il nostro dna resta legato al territorio: siamo diversi da tutti». E siete anche autosufficienti sul piano finanziario. «Siamo partiti in anticipo su questo. In C e in B noi soci abbiamo fatto grandi sforzi, in A si possono correre più rischi sul piano sportivo, ma gli introiti ti possono rendere autosufficiente». Qual è la salvezza che più la inorgoglisce? «Sono legato a tutte e tre, ma l’ultima è forse la più bella. Per come abbiamo vinto a Roma, per quello che ci ha lasciato la morte di Graziano Fiorita. In pochi credevano alla nostra permanenza in Serie A: sembrava tutto compromesso, ma ce l’abbiamo fatta».
