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Milan, avanti Rangnick. Ma in che ruolo?

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Se la stagione terminerà in estate opererà solo come dt. Altrimenti sarà anche allenatore come da programmi

Milan, avanti Rangnick. Ma in che ruolo?
© Daniele Buffa/Image Sport
giovedì 26 marzo 2020

MILANO - Il cordone ombelicale tra Elliott, il Milan e Ralf Rangnick non si è interrotto neppure in giorni in cui anche il mondo del calcio naviga a vista. Nel fine settimana le parti si sono riaggiornate in conference call e all’allenatore-manager sono arrivate importanti rassicurazioni sul budget che avrà a disposizione in rossonero. Il fatto poi che a dicembre si sia mosso in prima persona Gordon Singer per incontrare il tedesco è prova provata della ferrea volontà da parte del fondo di consegnare il club, chiavi in mano, all’uomo che tra Schalke, Hoffenheim e Lipsia ha coniugato ottimi risultati sul campo alla virtù di scovare talenti e farli esplodere generando plusvalenze importantissime per il bilancio dei club per cui ha lavorato. In tal senso, il miglior biglietto da visita per Rangnick è dato dal fatto che mezzo Liverpool campione d’Europa è stato costruito grazie a talenti da lui scoperti, da Firmino (dalla Figueirense all’Hoffenheim per 4 milioni) fino a Mané (acquistato dal Metz per il Salisburgo sempre per 4 milioni), passando per Naby Keita (pagato 1,5 milioni dall’Istrés), Matip e, buon ultimo, il giapponese Minamino (preso dal Salisburgo dopo la retrocessione con il Cerezo Osaka...).

Curriculum

Un simile curriculum è oro per un Milan che dovrà firmare un settlement agreement con la Uefa e dovrà giocoforza ripensare il modo con cui arrivare ai risultati. Rangnick in tal senso ha fatto scuola e per questo motivo Elliott non intende farselo sfuggire nella convinzione che sia l’uomo giusto per far svoltare il Milan, nonostante si troverà a navigare in acque sconosciute. Per questo motivo, secondo i piani originari, Rangnick doveva essere in primo luogo allenatore e servirsi di Hendrik Almstadt e Geoffrey Moncada per operare sul mercato. In Germania ultimamente “Il Professore” aveva scelto un’altra strada, mettendo in panchina suoi allievi, Nagelsmann e Hasenhüttl, per concentrarsi sul ruolo di direttore tecnico (e pure per diminuire lo stress che gli ha fatto prendere in carriera qualche periodo sabbatico come accaduto, ai tempi, ad Arrigo Sacchi). In Italia questo processo non può essere così automatico perché sarebbe un rischio troppo grande mandare in prima linea un allenatore straniero per giunta senza un curriculum adeguato.

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