MILANO - Massimiliano Allegri indica il dito e guarda la luna. Dopo aver superato, e non di corto muso ma di diverse lunghezze, il Bologna nell'ultimo turno di campionato, l’allenatore del Milan ha raffreddato, come al solito, le ambizioni scudetto dei suoi: "Bisogna guardare il più sette sulla quinta, perché è ancora lunga". A fregarlo nei calcoli, questa volta, è anzitutto la classifica: il Diavolo in realtà è più vicino alla vetta occupata dall’Inter, soltanto cinque punti più in alto (e con il derby di ritorno ancora da giocare, dettaglio non proprio secondario), che al quinto posto della Roma. Dopo la 23ª giornata, il Milan ha 50 punti: così in alto, a questo punto del campionato, ci era arrivato appena due volte nella sua storia. L’ultima, oltre vent’anni fa: era la Serie A 2003/2004, in panchina c'era Carlo Ancelotti (58 punti alla fine della giornata numero 23). Prima ancora era successo nel 1995/1996, con Fabio Capello (50) al timone. Erano entrambi campionati a 18 squadre, a fine stagione per i rossoneri fu scudetto. Non serve ricordare la saggezza popolare, per cui non c’è due senza tre: il tricolore è un obiettivo per il quale, che Max lo dica o meno, il suo Milan è in corsa.
Milan a 50 punti: inseguire l’Inter e tenere alta la tensione
Cinquanta punti sono una quota soltanto psicologica, ma nemmeno Stefano Pioli, fermatosi a 49 (peraltro raggiunti in tre stagioni), l’aveva toccata, in questa fase della stagione, nell'anno dello scudetto. Rispetto ai precedenti c'è comunque una differenza, nemmeno da poco: Capello e Ancelotti arrivarono a 50 da primi in classifica. Oggi Allegri non può dire altrettanto: gli tocca inseguire, tenersi in qualche modo in scia all’Inter di Chivu e soprattutto mantenere alta la tensione di una squadra, nel complesso, probabilmente inferiore a quella nerazzurra. Si spiega con questa necessità il siparietto, se così lo si può definire, andato in scena martedì sera allo stadio Dall'Ara con Pervis Estupinan: subentrato a Bartesaghi a sette minuti dal 90°, sul risultato di 3-0 e con la partita già in ghiaccio, il laterale ecuadoriano ha ben pensato di potersi concedere un paio di colpi di tacco del tutto fini a sé stessi, peraltro sbagliandoli. Allegri non l’ha presa benissimo, lo ha rimbrottato - a favore di camera - da bordo campo e poi, rientrando in panchina senza togliersi la giacca, si è lasciato andare a una frase che è un po’ la summa del suo pensiero calcistico: "Non siamo una di quelle squadre da colpi di tacco". Anche al netto dell’approccio del livornese al gioco del calcio - i colpi di tacco in realtà si possono anche fare, ma è meglio ci pensi chi ne ha le qualità -, è un'arrabbiatura che non si spiega in altro modo, se non con la trance agonistica di chi, sotto sotto, allo scudetto ci crede eccome, pur snocciolando proiezioni più alte (oggi il Milan chiuderebbe a 82/83, appena sotto la quota indicata da Max) e predicando calma a ogni piè sospinto.
Rosa corta, calendario favorevole e gestione delle tensioni
Nonostante una rosa non molto abbondante, rimasta a maggior ragione tale dopo il mancato arrivo di un difensore nel calciomercato invernale appena concluso, Allegri ha su Chivu (ma non più su Conte) il vantaggio di giocare una volta a settimana. Questo weekend, peraltro, sarà osservatore: Milan-Como, che si sarebbe dovuta giocare a Perth, si disputerà a San Siro ma solo il 18 febbraio. È un viaggio, quello australiano, che Max ha evitato molto volentieri: se un ghirigoro di troppo in una gara dominata e mai in discussione basta a mandarlo fuori dai gangheri, chissà cosa sarebbe avvenuto con una decisione arbitrale discutibile agli antipodi. Meglio tenerle in casa, certe tensioni.