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"Diego Maradona", la recensione del nuovo film di Asif Kapadia
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"Diego Maradona", la recensione del nuovo film di Asif Kapadia

Il docufilm del regista premio Oscar, già autore di "Senna" ed "Amy", sarà al cinema nei giorni 23, 24 e 25 settembre

mercoledì 18 settembre 2019

Partiamo dalla fine. Non c’è una fine. Ribelle, eroe, sfrontato, dio: il “Diego Maradona” del premio Oscar Asif Kapadia definisce i suoi confini e sembra restarne nel mezzo. Centoventuno minuti in cui gli occhi di Diego parlano e le emozioni rispondono, in una metamorfosi continua e drammaticamente prevedibile. Diego, Maradona, Napoli, tre protagonisti distinti di un intreccio meraviglioso e infernale. Villa Fiorita, l’infanzia impossibile e l’amore infinito di mamma Tota. Barcellona – non bene – e subito Napoli. Diego brilla in quel 5 luglio del 1984, al centro di un San Paolo mai visto così. Festeggiamenti in previsione, gioia potenziale. Perché l’epopea calcistica del diez in maglia azzurro-cielo comincerà in sordina. Il montaggio ha ritmo, emoziona. Circa 500 minuti di girato inedito su cui lavorare sono tanta, tanta roba. Una delizia per chi ama Diego. E per chi lo odia. Ma quanto fa bene rivedere certe giocate sul grande schermo. Le ombre del Maradona sbagliato, no, non offuscheranno la grandiosità tecnica del barrilete cosmico. Gli episodi della vita del Pibe sono corde di violino, in grado di stonare irrimediabilmente e senza alcun preavviso la perfetta melodia dei primi tempi, suonata dolcemente in tutti gli stadi del mondo. Da centrocampo, dalla distanza. Da punizione. In campionato, in Coppa, al Mondiale. Da dove vuoi. Diego inventa e fa gol. Emoziona, stupisce. Come nessun altro.

Poi l’immagine di Diego abbracciato alla Napoli sbagliata buca in un solo istante lo schermo e lo stomaco. La musica frena, il ritmo cambia, i colori sembrano sbiadire. Il messaggio appare fin troppo chiaro: Diego sta cambiando il Napoli e Napoli ha cambiato Maradona. Un’escalation che renderà Diego vittima dei suoi eccessi e prigioniero della sua stessa vita. Da Fernando Signorini a Ciro Ferrara passando per Cristiana Sinagra, le voci fuori campo di chi ha vissuto Diego stimolano infinite riflessioni. La pressione su di lui si fa sempre più alta. La Coppa Uefa alzata con orgoglio al Neckarstadion di Stoccarda e il secondo tricolore quasi si limitano a far da sfondo. Fino a al rigore spartiacque – come lo ha definito il regista stesso – nella semifinale di Italia ’90 tra Italia e Argentina allo stadio San Paolo. Il suo San Paolo. Che da quel momento sembra accodarsi al resto del Paese, mostrandosi addirittura ostile. Ma l’amore della gente di Napoli per Diego, Armando o Maradona non si affievolirà mai, nonostante tutto. Il finale è bagnato dalle lacrime di Diego. Più che un pentimento, una struggente presa di coscienza. E quell'abbraccio finale racconterà più di mille parole.

Il “Diego Maradona” di Kapadia ricostruisce in maniera stupefacente il puzzle impossibile della vita del Pibe all'ombra del Vesuvio. Delle magie in campo, della vita privata - con immagini mai viste prima - delle emozioni regalate al suo popolo. Ai suoi popoli. Degli svariati e contrapposti momenti di un’epopea - nel bene e nel male - infinita e senza precedenti. C'è Diego, c'è Maradona. C'è Diego Armando Maradona. Tutto e il contrario di tutto. Sentitevi liberi di scegliere.

La scheda completa del film

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