Lo ricordo protagonista di “Un medico in famiglia”, ma Giulio Scarpati – che mantiene viso ed espressione da ragazzo – in una luminosa carriera ha dato molto sia al cinema che al nostro teatro. La dedizione assoluta al lavoro lo ha reso attore completo, capace di una adesione ai personaggi interpretati di rara suggestione. Da sempre ha nel suo bagaglio uso del corpo agile e sapiente, che lo ha portato anche ad esperienze di teatro “leggero” con un rapporto felice con la musica. Giulio è un collega atipico, che sa essere con grazia e delicatezza un “uomo comune”, come pure una figura di carisma e temperamento forte. Alla metà degli anni Ottanta gli viene definitiva consacrazione a teatro dal maestro Gianfranco De Bosio, con il quale io pure lavorai su Ruzante negli anni dell’Accademia. Giulio fu invece diretto da De Bosio in una commedia di Goldoni, poco conosciuta ma di gran pregio: “Le donne di casa”. Più avanti viene diretto da grandi professionisti quali: Sergio Fantoni, Ennio Coltorti, Nora Venturini. I primi passi li ha mossi in una sorta di “scuola-laboratorio” a Roma: aveva sedici anni e a guidarlo era Elsa de Giorgi, diva del cinema dei Telefoni bianchi, scrittrice ed intellettuale. Il pubblico dei lettori, una decina di anni fa, lo scoprì autore di un volume di taglio autobiografico toccante: “Ti ricordi la casa rossa? - Lettera a mia madre”, edito da Mondadori, è un viaggio nella memoria per aiutare la madre, malata di Alzheimer, e molto altro. “Era da tempo che la Mondadori mi chiedeva di scrivere - dice - e ho accettato la loro proposta quando ho sentito desiderio autentico di raccontare. Quel libro è servito anche a me per mettere a fuoco ciò che posso aver fatto verso di lei. La riprendevo a volte, quando sbagliava le parole. Di tante cose della vita uno sul momento non si avvede... Sarebbe bello poter riavvolgere il nastro”.
Scarpati: "Ancelotti protagonista dello scudetto"
Giulio è persona disponibile e la sua umanità si è manifestata anche con i colleghi, nel rispetto e la stima, proprio come avvenuto tra noi, attorno al mio lavoro su Ustica. In un progetto Mediaset seppe consegnare nitidamente la figura e la umanità di don Luigi Di Liegro: “Uno dei personaggi che più ho amato. Esperienza importante sia dal punto di vista professionale che da quello umano”. Giulio non pensava avremmo finito per parlare di sport dopo un accenno per raccontarmi dell’ultimo lavoro dedicato ad un classico della letteratura del Novecento, Giovanni Pascoli: “C’è qualcosa di nuovo nel sole”. E così finiamo per aprirci come ragazzi a parlare di funamboliche giocate, di allori e cadute e poi di Ancelotti allenatore carioca. “Era un ragazzo quando la Roma lo acquistò dal Parma. Carletto fu un grande centrocampista tra i protagonisti del secondo scudetto giallorosso, ma nessuno avrebbe potuto immaginare una carriera simile da allenatore”. Giulio, ti chiedo di due leggende: Maradona e Pelé. Tra i due chi è stato il migliore di sempre? “Quesito difficile. Parliamo di due fenomeni, ma sarei portato a dire Maradona, anche solo perché giocava un “calcio” più vicino al nostro tempo, più rapido e ruvido. Diego aveva nella costanza una delle sue grandi qualità. Soprattutto considerando i suoi eccessi, la domanda è: come poteva esprimere sempre, in amichevole o in partite ufficiali, prestazioni e valori che erano eccelsi? Su Pelé e il mio giudizio grava anche la delusione della finale del Mondiale in Messico. Ero al ginnasio e dopo la gioia della semifinale dell’Atzeca vinta 4-3 sulla Germania, il 4-1 del Brasile con Pelé autentico signore della scena ci fece scendere dal paradiso all’inferno”.

