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Torino, Mazzarri prepara l'ultima spallata: è per Mihajlovic
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Torino, Mazzarri prepara l'ultima spallata: è per Mihajlovic

Tutti i numeri importanti dicono che il suo Toro è molto più competitivo di quello di Sinisa: ma adesso Walter vuole spazzare via anche le ultime nostalgie

di Andrea Pavan venerdì 15 marzo 2019

TORINO - «Da quando è arrivato Mihajlovic ci divertiamo molto di più. Non ci adattiamo agli avversari, giochiamo come il mio vecchio Ajax che ho visto qualche sera fa travolgere il Real Madrid al Bernabeu». Nelle parole di Mitchell Dijks, terzino olandese del Bologna rilanciato verso la rimonta salvezza, ci sta - se vogliamo - tutta la differenza filosofica tra Walter Mazzarri e il suo predecessore al Toro: appunto quel Mihajlovic che, col suo tremendismo in serbo, è andato a tenere su le Due Torri in procinto di crollare sotto la gestione Inzaghi. Restano pericolanti, per carità, ma i distacchi rosicchiati nelle ultime giornate alle dirette rivali hanno riattizzato la speranza e perfino qualche entusiasmo di bel calcio sopito. Questo Bologna tremare il mondo certo non fa, però di sicuro almeno Empoli, Spal e Udinese un po’ di brividini - sulla china che scivola verso la retrocessione in serie B - sono tornati a sentirli. Differenza filosofica, dicevamo, poiché - se andiamo invece a guardare nella sostanza, cioè la concretezza fatta di risultati più che di estetica e sensazioni - tra Walter e Sinisa non c’è partita. Né al Toro, né altrove: e questo al di là dei differenti picchi di eccellenza che le rispettive carriere hanno toccato. Intanto, i punti. Dopo 27 giornate - 19 delle quali nello scorso campionato, quelle dell’andata, vanno ascritte appunto a Mihajlovic - il Toro di oggi ne ha ben 5 in più: 44 contro 39 (calcolando alla 27ª giornata del 2017/18 il successo sul Crotone - partita però rinviata e recuperata in aprile - e non la sconfitta all’Olimpico con la Roma, altrimenti sarebbero già 8). Ma, più semplicemente, fa maggior impressione la media-partita: 1,62 di Mazzarri contro l’1,44 della stagione scorsa; che scende a 1,31 se si considera soltanto l’andata, come sarebbe più corretto considerato che l’incremento nel ritorno fu già sotto la guida di Mazzarri. Non parliamo poi della posizione in classifica (oggi è un 6° posto, un anno fa l’8°) né giammai dei distacchi dalle squadre in zona Europa: dove adesso il Toro sta a pieno titolo, mentre a metà marzo 2018 languiva a -8 dalla Samp, sesta.


Soltanto andando ad analizzare altri due dati oggettivi, e altamente rappresentativi di due scuole di pensiero calcistico agli antipodi, si può poi sconfinare nel soggettivo: campo che si porta appresso, oltre al de gustibus, anche l’emotività. I dati esaltano, il primo, l’efficacia della fase difensiva faticosamente ricostruita da Mazzarri; il secondo, l’esuberanza del potenziale offensivo in salsa Sinisa, al di là dei punti che alla fine porta in saccoccia. Il Toro del livornese non becca nemmeno un gol a partita (23 su 27: 0,91 a match), quello del tecnico serbo 1,63: poco meno, cioè, di quanti ne segnava (1,68), neutralizzando di fatto - con certe voragini nella retroguardia - la prolificità del reparto offensivo.

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