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I nodi di Cairo al pettine del Toro

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Dal mercato al Palazzo, più i malumori del Fila: gli errori poi si pagano

I nodi di Cairo al pettine del Toro
© LAPRESSE
 Andrea Pavan luned√¨ 29 giugno 2020

Tanti, fra i tifosi del Toro, hanno probabilmente notato in tv i sorrisi di qualche giocatore granata in coda a una partita da piangere, trovandoli quantomeno inopportuni. Tutti, di sicuro, hanno visto, osservato e cercato di interpretare i ripetuti sguardi inquieti - tra il preoccupato, il perplesso e lo stralunato - di Urbano Cairo colti dalle telecamere nella tribuna della Sardegna Arena, mentre la squadra (ahilui) di Moreno Longo sgretolava progressivamente e inesorabilmente le poche speranze di risalita che così a fatica si erano messe assieme nella vittoriosa resistenza contro l’Udinese. E qui, anche se in assenza di certezze - i pensieri del presidente li può conoscere davvero solo lo stesso Cairo - è il caso di provare a immaginare cosa passasse per la testa del responsabile numero uno (secondo molti, quasi unico) del Torino FC. Perché, in assenza di acquirenti all’orizzonte per la società e in ogni caso di una sua intenzione di vendere (il club, non i giocatori: quelli sì), gli intendimenti dell’editore alessandrino-milanese rimangono le uniche linee guida per cercare di disegnare un qualche futuro a questo Toro; non dopo aver analizzato il passato per spiegare il presente.

È indubbio, infatti, che le pene di oggi - tra l’altro ieri di Cagliari e lo spaventevole domani della Lazio - siano conseguenza diretta ancorché contorta di una serie impressionante di errori commessi nel recente passato, peraltro assai simili a certe dinamiche che si replicano da quindici anni senza soluzione di continuità. Intanto, il mercato. Per giustificarsi, a quest’ultimo giro, dagli interni cairoti spesso rinfacciano alla critica le recensioni positive all’ingaggio di Verdi e il plauso alla conferma di tutti i big nell’estate scorsa; come a dire: eravate contenti pure voi, cosa volete adesso da noi? Un’autoassoluzione che non regge, anzi ha davvero poco senso e costrutto: ovvio che - nell’attesa ogni volta infinita, a tratti penosa e via via più spasmodica di un acquisto importante, caratteristica costante di mercati granata sempre frustranti per una tifoseria che vorrebbe soltanto tornare un po’ a sognare - l’anelatissimo colpo in extremis venga salutato da squilli di fanfare e rinnovati auspici, non fosse che per sfinimento.

Ma la valutazione dello spessore effettivo del giocatore comprato, comprensivo di qualità e personalità, e della bontà dell’investimento in termini di costi, tempistiche e rendimento, è responsabilità di chi decide, non di chi osserva, aspetta e spera (che sia finalmente la volta buona). E se il confronto a metà campo con il Cagliari di Nainggolan, Nandez e Rog (e perfino di quel Cigarini per anni virtuale obiettivo granata) - alla quale contrapponi una mediana o di pastafrolla o di scarsa tecnica - si rivela imbarazzante, non è perché Verdi ha deluso. E se la rosa, oltre che scarsa, è pure corta, tanto da non avere punte vere di scorta (a parte Millico, per il quale c’è però sempre un motivo per non farlo giocare) e da essere alla canna del gas sugli esterni, non può essere colpa solo dell’aziendalista Mazzarri che a gennaio non aveva chiesto integrazioni all’organico. E se non vendi un giocatore forte (esempio: Nkoulou) è chiaro che ti dicono bravo; ma se quello si porta appresso una situazione ambientale a rischio, minata da vicende sotterranee celate agli osservatori ma ben note ai diretti interessati (almeno si spera; altrimenti davvero in troppi dovrebbero cambiare mestiere), una mossa in teoria furba si rivela un autogol. E gli autogol fanno male a tutta la squadra, non solo a chi li infila nella propria porta.

A proposito di autogol: al netto di una prestazione sconcertante che non merita di trovare appigli o scuse, sabato non è sfuggito a nessuno nemmeno l’arbitraggio fortemente penalizzante del signor Mariani, il quale non solo non ha concesso al Toro mezzo rigore dei due che probabilmente c’erano su Bremer e Belotti (con zero voglia di andare al Var per rivedere se gli fosse sfuggito un fallo; e in effetti gli è sfuggito, specie nel secondo caso, dov’è stata applicata un’assurda e inesistente regola del vantaggio, fuori dal tempo e dalle nuove regole) ma, fosse stato per lui, ne avrebbe dato pure un altro al Cagliari, che non c’era: qui, almeno, dalla saletta l’hanno avvertito che sarebbe stato troppo.

Ora, siccome non è lecito pensare che gli arbitri lo facciano apposta per danneggiare il Toro, non può però non tornare a circolare quella corrente di pensiero che nei mesi scorsi si era fatta largo nei corridoi del palazzo del calcio, specie quelli sotterranei, arrivando a lambire e inevitabilmente alimentare i cattivi pensieri dei tifosi: Cairo ha rotto troppo le scatole, con ‘sta storia di non voler ricominciare a giocare (per paura di finire in B, l’allusione malevola degli avversari, di classifica e di pensiero), vedrai che gliela faranno in qualche modo pagare. Ecco, più d’uno, negli sguardi agitati e nelle posture tormentose di Cairo - contestato (ma soprattutto dileggiato; la cosa che gli fa più male) a oltranza dai tifosi, stufi di una mediocrità che di aureo ha sempre meno - ha letto anche questa paranoia. I meno superficiali nell’analisi delle notizie di economia hanno poi ricordato che resta ancora ad alto rischio la vicenda Blackstone: perché non è vero che il primo round dell’arbitrato sia stato così sfavorevole al fondo americano, non essendo stata invalidata la vendita, da parte di Rcs, del Palazzo di via Solferino e proseguendo il contenzioso, a colpi di perizie, anche nelle aule di New York. A meno che tra le vocine che sentiva Cairo a Cagliari non ci fossero anche quelle di spogliatoio - accese da certi malumori nei meandri del Filadelfia, dove si patiscono i tagli di stipendio come i mancati rinnovi di contratto - sullo sgradimento dei giocatori verso la società che nell’ultima stagione ha cambiato direttori sportivi, tecnici e ruoli dirigenziali in serie ma non ha ancora saputo o voluto allestire, in tre anni e passa di nuovo Fila, una sala mensa e una zona comfort per ritemprare le stanche membra di atleti in crisi d’identità, di certezze, di ambizioni e di senso d’appartenenza per una maglia e una società che ormai di realmente granata hanno solo il colore d’ordinanza.

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