Torino, la Coppa Italia è un dovere morale

Mai oltre i quarti da quando c’è Cairo in un torneo che ha fatto sognare i granata ma poi è stato troppe volte snobbato: e il Lecce un anno fa ha destabilizzato il Toro

© Canoniero

TORINO - Non è il caso di ricordare (ma, mentre lo diciamo, lo facciamo) che il Torino non vince un trofeo da anni 27. Era il 19 giugno 1993 quando i due gol di un eroico Pennellone Silenzi, dopo il 3-0 capolavoro al Delle Alpi, vanificarono all’Olimpico gli incredibili tre rigori regalati dal pensionando fischietto Sguizzato alla Roma di Boskov, famelica di rimonta: Giannini li infilò rimpolpando il gol Rizzitelli e la punizione di Mihajlovic, due che in seguito avrebbero avuto modo di farsi amare - seppur in modo e per motivi diversi - dalla tifoseria granata. Ma alla fine - tra lacrime di gioia, rabbia e frustrazione, anche per la consapevolezza del ciclo finito e del crollo imminente, dopo il trapasso dall’ingegner Borsano al notaio Goveani - con Mondonico corso a rinchiudersi negli spogliatoi in preda a una crisi di nervi, il trionfo fu del Toro; la Coppa Italia venne portata nella notte al Filadelfia, davanti a migliaia di persone rimaste, tra quei gloriosi ruderi, in attesa della squadra dalla capitale.

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Dovere morale

Altri tempi, certo, comunque già i primi del trapasso da un pallone più pane e salame (per quanto già miliardario: c’erano ancora le lire) al calcio moderno. Che al Toro - già prima dell’avvento di Cairo sulle ceneri del fallimento, da Calleri al trio di Vidulich a Cimminelli & C. - ha riservato soltanto tristezze. Ora, domani contro il Lecce non si gioca una finale, bensì un terzo turno eliminatorio, viatico eventuale per gli ottavi, dove ad attendere la qualificata ci sarà l’Entella o il Pisa, per un altro match non esattamente di cartello. Né ha senso fare adesso improbabili proiezioni sulla possibile conquista di un trofeo per una squadra che ha fatto un punto in 4 partite e sta ultima in campionato. Eppure, mai come quest’anno la Coppa diventa per il Toro un dovere morale, se non una priorità assoluta. Per quattro sostanziali ragioni, che devono trasformarsi in motivazioni extra. 1) Proprio l’avvio disastroso di stagione rappresenta l’urgenza vitale: quella di rasserenare l’ambiente con un risultato positivo che profumi di intriganti prospettive future. Bisogna cavalcare il sollievo portato dalla buona prestazione col Sassuolo che ha prodotto il primo punto, rinsaldare un rapporto fra Giampaolo e la dirigenza che si era fatto subito teso, alimentare la fiducia espressa da Cairo nei riguardi dell’allenatore, dal presidente definito «maestro di calcio» prima di scontrarsi con le pene del mercato e le batoste sul campo. [...]

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