Asta compie 50 anni: "Io solo Toro! E Belotti a vita"

Tredici anni di Torino da giocatore e capitano prima, da tecnico dellegiovanili e aiutante di Longo poi

© LAPRESSE

TORINO - Nel giorno del suo compleanno, il regalo ha voluto farlo lui ai tifosi. Antonino Asta, simbolo per generazioni di torinisti, ieri ha scelto di festeggiare i suoi cinquant’anni con Tuttosport. E lo ha fatto nel modo che ama di più: parlando di Toro. Raccontando il suo essere granata prima di tutto e tutti. Tredici anni con i colori del cuore, prima in campo e poi in panchina. Dal 1997 a gennaio del 2000, e da settembre dello stesso anno fino al 2002, nel ruolo di calciatore, capitano e punto di riferimento. Celebre non solo per i chilometri percorsi sul rettangolo verde, ma anche per gli episodi che lo hanno elevato a baluardo di una fede. Come nel derby contro la Juventus pareggiato per 3-3 il 14 ottobre del 2001 - in cui conquistò il rigore (poi trasformato da Ferrante) del 2-3 momentaneo, esultando sotto la Curva Maratona come se avesse fatto gol lui – o nella vittoria per 1-0 sul Milan del 4 novembre successivo, con la rete di Lucarelli propiziata da una palla tenuta in gioco in extremis proprio da Asta dopo una corsa incredibile. Allenatore nel settore giovanile – prima con gli Allievi e poi con la Primavera – dal 2005 al 2012, e infine collaboratore tecnico di Moreno Longo da febbraio ad agosto di quest’anno. In attesa, chissà, di tornare al Toro per la quinta volta in carriera. Asta, auguri per i suoi primi cinquant’anni.

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Come l’hanno festeggiata i tifosi granata?
«Ho ricevuto un’infinità fra chiamate e messaggi e sto cercando di rispondere a tutti. Con il Toro non ho vinto nulla, ma sono sempre stato me stesso: la gente lo ha capito e continua ad amarmi. Dal canto mio posso dire che l'amore è reciproco».

Riavvolgiamo il nastro in questo 2020: da febbraio ad agosto, cosa sono stati per lei i mesi nello staff del
Torino di Longo?
«Qualcosa di inaspettato, ma non ci ho pensato un secondo ad accettare. Non c’era nemmeno bisogno di pensare al contratto: tornare al Toro è stato come tornare a casa. È stata una bellissima esperienza nella veste di collaboratore, mi ha fatto piacere poter dare il mio contributo».

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Dopo la ripresa, ha avuto paura di non riuscire a salvare il suo Toro?
«Sì, dico la verità. Soprattutto dopo le sconfitte contro Cagliari, Lazio e Juventus. Oggettivamente la classifica era quella, e non si poteva non pensare, ma abbiamo lavorato tantissimo: dalla mattina alla sera eravamo al Filadelfia per trovare tutte le soluzioni possibili. Per me eLongo che abbiamo indossato la maglia granata, il Toro era quella nave da riportare in porto a tutti i costi».

A fine campionato si aspettava di restare?
«Non lo so, si sentivano già le voci su ipotetici allenatori. C’è stato qualcosina per poter rimanere, ma si dovevano incastrare determinate situazioni e alla fine è stato meglio pensare di andare ognuno per la sua strada. Poi è arrivato Giampaolo che, giustamente, ha portato il suo staff. Con la società sono comunque rimasto in ottimi rapporti».

Com'è stato lavorare al fianco di un altro granatissimo come Longo?
«Con Moreno ci conoscevamo da tempo, c’era già stima reciproca. Da dentro ho scoperto un ragazzo già con grande esperienza ed è stato un rapporto di lavoro e di amicizia. Spesso si è confrontato con me e mi ha fatto sentire partecipe. Abbiamo avuto il Toro come obiettivo comune».

Passando all’attualità: che idea si è fatto della squadra oggi di Giampaolo?
«Si tratta di un Toro a cui ancora manca lo sviluppo totale delle idee del suo tecnico. Ha fatto un passo indietro con il Crotone, ma aveva fatto vedere buone cose con Lazio e Genoa. Giampaolo dovrà trovare la continuità nei suoi giocatori, avendo tutta la squadra a disposizione, e per questo gli servirà un periodo di lavoro continuo, senza soste». [...]

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