Cairo, figuracce in serie e tifosi del Torino in rivolta

Contestazioni in vista dopo le ultime vicende che hanno visto protagonista il presidente granata: quasi nessuno lo ha sostenuto
Cairo, figuracce in serie e tifosi del Torino in rivolta© LaPresse

Forse Cairo pensava, improvvisandosi ultrà da tribuna (contro Lotito) e poi di spogliatoio (contro Immobile), di rifarsi una verginità granata, di riaccreditarsi in qualche modo di una credibilità che invece di fronte ai tifosi ha ormai irrimediabilmente perduto. Non si spiega altrimenti uno sbrocco del genere, al netto di ogni legittima rivendicazione nei confronti del presidente-nemico laziale e dell’ex pupillo al quale - come avvenuto per troppi altri giocatori divenuti importanti per il Toro - un giorno decise di «non tarpare le ali», vendendolo. Anzi, il pubblicitario/editore di Masio è riuscito nell’impresa, invero clamorosa, di passare dalla parte del torto anche avendo potenzialmente ragione.

I tifosi non si schierano con Cairo

Cosa pensino i cuori Toro di Lotito e di Immobile è risaputo. Così come è palpabile il fastidio per i toni da “tutori della legalità e della correttezza” che emergono dalle reazioni laziali. Eppure, quasi nessuno di loro ha sostenuto Cairo nella sua intemerata, pur magari condividendone le istanze e gli impulsi, vivendola semmai con fastidio e imbarazzo per la sua improbabile e autolesionistica rappresentazione. Fastidio e imbarazzo peraltro già emersi martedì notte appena Cairo aveva acchiappato al volo il pulpito dell’Olimpico per dispensare - con toni al solito melliflui del tutto inadeguati alla ruvida realtà - una serie di surreali considerazioni, giustificazioni, autocelebrazioni pregresse e consuete promesse trite e ritrite che soltanto i suoi agiografi hanno potuto interpretare come sintesi e benedizione di una festa.

Toro, non c'è da festeggiare

No, nessuna festa. Questa mancata retrocessione, scongiurata al penultimo atto di uno dei campionati più mortificanti della storia granata, è appena un sollievo: giammai una festa. Come non è un’impresa (tranne che per Nicola, che il suo lo ha fatto), e nemmeno il minimo sindacale. È il rattoppo in extremis (grazie pure al Covid - altro che usarlo come alibi - e all’avvocato Chiacchio che ha vinto tutto il vincibile nelle cause) a una vergogna globale che resta: nei cuori prima ancora che negli annali. In coda a sedici anni di niente, di desertificazione delle emozioni e di un senso d’appartenenza coltivato e condiviso. I bilanci sono a posto, sì. Peccato però che il calcio si chiami così perché presuppone che si giochi a calcio, e contempli le ambizioni sportive prima di quelle imprenditoriali e commercialistiche. Condite, se possibile, da una certa qual passione tangibile (...)

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