Toro, cosa c’è dietro ai problemi: mercato incompleto tra visioni differenti

Sogni e bruschi risvegli: Juric voleva di più. La coperta è corta: così è dura crescere
Toro, cosa c’è dietro ai problemi: mercato incompleto tra visioni differenti© Getty Images

TORINO - I nodi stanno venendo al pettine? Sì, no, ni? Accettasi un referendum. Decisamente più sì che no, pensiamo, mentre infiliamo la scheda nell’urna. D’altra parte proviamo a rianalizzare il dov’eravamo, soppesando il dove siamo. Dove andiamo, lo dirà il tempo. Non tanto lontano, comunque, vien da scommettere a oggi. Il Toro è tornato sulla terra e questo è palese, davanti agli occhi di tutti. Tre vittorie contro le neopromosse: hanno un valore, eccome, ma necessitano della tara legata alla forza dell’avversario. Il resto? Un meritatissimo pareggio contro la Lazio, però senza praticamente riuscire a tirare in porta: anche o soprattutto per limiti propri. Una sconfitta a Bergamo giocandosela alla pari, sbattendo sui legni, ma anche regalando rigori (Aina, Lazaro) come alla sagra dell’uva di Marino: una colpa, non una punizione divina. Una beffa monumentale a San Siro, quasi prendendo a schiaffi l’Inter per qualità ed efficacia di manovra, ma senza riuscire a mettere dentro 7 occasioni da rete. E poi addormentandosi all’89’ di fronte a Brozovic: le incertezze di Zima e Ilkhan. Quindi il pugno in faccia del Sassuolo: partita da 0 a 0, 1 a 1 o anche 1 a 0, ai punti, però nella realtà con Singo che al 93’ lascia crossare Rogerio e con Buongiorno che marca a due metri di distanza Alvarez. Gol di testa e tanti saluti.

Infine Napoli. La legge del contrappasso: col Toro fregato negli spazi larghi, in velocità, tra discese chirurgiche nelle prateria, con a turno 2, 3, 4 granata troppi alti nella metà campo avversaria, senza protezione alle spalle. E qui tiriamo in ballo, mescolando le 3 pere, Singo, Buongiorno, Linetty, Rodriguez, Lazaro, Djidji. Con Milinkovic sempre immobile come un portiere di hockey: sul secondo gol, come i bambini che fanno i portieri all’oratorio e sanno solo stare piantati sulla linea, fino a quando qualcuno spiegherà loro come uscire sull’avversario lanciato per ridurgli lo specchio. Dove vogliamo arrivare? Banalmente, ai limiti di questo Toro. Oggettivi: e sono proprio gli errori commessi a testimoniarlo, nella loro solare semplicità. Anche quando si tratta di tirare dal limite, in porta. O crossare. O battere un angolo. Quanti traversoni e quanti corner hanno sprecato i granata in 8 partite con traiettorie insulse? Non cambiamo Vlasic con Brekalo: ci teniamo il primo, senza se e senza ma. E tantomeno Radonjic con Pjaca. Non c’è più Praet, c’è Miranchuk: sospendiamo il giudizio, diamo tempo al russo. Ricci è in rosa da gennaio. Si sono volatilizzati Pobega e Mandragora: il 18enne turco Ilkhan non possiede né la loro forza fisica né la loro statura tecnica ed esperienza, la loro personalità. Dietro, il buco aperto da Bremer è ancora un enorme punto di domanda tra Buongiorno (che alterna marcature ottime a svarioni), Zima (semidimenticato) e Schuurs (che a Juric per ora non dà garanzie migliori in allenamento e l’ha già ripetuto più volte). Non c’è neanche più l’ultimo, modestino Belotti (lasciamo stare Zaza): non certo il Gallo più canterino in carriera, anzi in fase discendente in granata (a Roma non si sa), ma comunque 8 gol li aveva buttati dentro nell’ultimo campionato. Sembravano pochi, sin pochissimi per uno come lui. Ma ora ci chiediamo chi arriverà a 8, in questa squadra.

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Esattamente come nell’estate del ’21, anche nell’ultima Juric ha chiesto sul mercato un insieme di scelte ambiziose per tempo, ma la società gliene ha riversate altre al 70% e di nuovo in colpevole ritardo. Serviva un portiere migliore, lo cercavano, ma presto han deciso di lasciar perdere: perché se Cairo mette pochi soldi sul mercato, tutto non puoi prendere e allora ti adegui a lasciar perdere certi ruoli. Idem in attacco, dove il pur condivisibile riscatto monetario di un Pellegri già da 6 mesi in rosa non può risultare automaticamente un rinforzo pratico o numerico. Nei fatti, il Torino ha perso 6 titolari (Bremer, Pobega, Mandragora, Brekalo, Praet e Belotti) pure perché sarebbe troppo facile formare le squadre tenendosi i prestiti all’infinito, o cercando sempre di acquistarli 12 mesi dopo con chissà quali sconti. Troppo comodo. Ma anche questo è un marchio di fabbrica del cairismo: come se gli altri presidenti fossero tutti meno furbi. Il tanto auspicato (o meglio: sbandierato come un verbo di regime) «ciclo di crescita triennale con Juric» avrebbe dovuto basarsi su un mercato coerente di anno in anno, mantenendo uno zoccolo duro su cui innestare rinforzi man mano, senza per questo mandare in pappa il bilancio. E pure a fronte dei problemi economici che ben si conoscono. Come a dire: vendo un Bremer per forza, uno all’anno, ma senza smontare la rosa al 50% tutte le volte. Invece a ogni giro estivo è tutto da rifare, senza però avere il talento di Bartali al mercato. Anche 2, 3 mesi fa, infarcendo il Toro di prestiti: e poi chissà il prossimo giugno. Il guaio peggiore per un allenatore, chiunque esso sia, è dover ricominciare daccapo o quasi, a ogni campionato. Per cui non appena la squadra si trova costretta a subire problematiche esterne (gli infortuni di Ricci e Miranchuk, le stancanti convocazioni in massa in nazionale, un avversario in palla), il rendimento crolla immediatamente. Anche perché la panchina è modesta, nel suo complesso. Si galleggia sempre, insomma, però pretendendo miracoli dal tecnico di riferimento. In questo caso, “solo” perché guadagna 2 milioni netti. Lo pagasse il doppio gli chiederebbe lo scudetto? Il mercato incompleto e le continue diverse vedute tra il duo Cairo/Vagnati e Juric sono i nodi di inizio articolo. Sono questi a venire al pettine ben più dei cross sconclusionati di Aina, che funzionano solo come simbolo. Come una rissa in Austria, un giorno tra due, e si sa bene il perché.

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