Toro, Cairo e la questione stadio
Da settimane, Cairo pare sempre di più (e non solo alla stragrande maggioranza degli addetti ai lavori calcistici) un patron ormai giunto al capolinea, stanco, in larga parte svuotato, forse addirittura finito in un vicolo cieco (ovviamente qui si valuta esclusivamente il presidente del Torino, non certo l’editore proprietario di un impero: Rcs, La7 e Cairo Communication). A fine novembre, lui e il sindaco Lo Russo decisero di incontrarsi a pranzo in gran segreto nell’Alessandrino, a Masio (paesino di origine della famiglia Cairo), ciascuno accompagnato da uno stretto, fidato collaboratore. Ore dopo si materializzò, però, la classica soffiata altrui, non cercata dai protagonisti: e il mattino successivo la notizia (a quel punto confermata dai vertici del Municipio) campeggiò su queste colonne e su La Stampa. Interpretazione plausibile, al di là delle puntualizzazioni dei vertici comunali: Cairo e il sindaco fecero un nuovo punto sul doppio obiettivo possibile, la vendita del club e dello stadio a un medesimo potenziale acquirente «ricco e bravo». E lo stadio, si sa, rappresenta soltanto un gravame per la Città (impianto fin qui affittato; ma la concessione scadrà il 30 giugno e va deciso il da farsi). Il sindaco ha dichiarato più volte anche in pubblico di aver avviato l’iter (trattative con l’Agenzia delle Entrate) per liberare lo stadio dalle ipoteche, così da renderlo vendibile.
L'ultimo Natale di Cairo
Nei prossimi mesi, allora, come non aspettarsi novità a fronte di un Cairo come minimo disposto a valutare candidati acquirenti? Un contratto con la sospensiva a 3 mesi (cioè un’intesa condizionata) può rappresentare l’uovo di Colombo: accordo (o preaccordo) per l’acquisto del club a cifre predefinite, a patto che poi si materializzi anche la compravendita dello stadio. Se, strada facendo, questo scenario si rivelasse reale, si spiegherebbe così anche il conclamato desiderio del sindaco di rendere i destini dello stadio suscettibili (prima possibile) a qualsivoglia decisione. E la soluzione farebbe felici tutti: i due venditori, il candidato acquirente e naturalmente i tifosi del Torino. Che giusto 4 mesi fa cominciavano a scendere in piazza, subito dopo la cessione di Bellanova nella seconda metà di agosto: la goccia che fece traboccare il vaso. Di lì in avanti la contestazione è divampata progressivamente in crescendo sia in casa sia in trasferta, tra marce (Torino-Atalanta), proteste feroci anche al Filadelfia (prima del derby), sciopero del tifo nel primo tempo (Torino-Monza), tazebao di striscioni in Maratona (Torino-Napoli), svuotamento della curva e “assedio pacifico” a Cairo nel post partita (Torino-Bologna). E così torniamo all’incipit: se nel 2025 Cairo venderà, sarà anche il trionfo della logica delle cose, dei fatti e dei rapporti causa/effetto, tra volontà diffuse e indiscrezioni sotterranee. L’alternativa opposta non ci pare avere senso, oggi come oggi. «Ma finora non si è ancora presentato nessuno!», ripete lui. Cos’è, semplicemente dispiaciuto?
