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Marco Bonetto "Arrivare a 100 anni continuando a creare significa non smettere di interrogarsi sul tempo, sul corpo e sulla vita".
Ci alziamo in piedi per farle tantissimi auguri, signora Susanna: molto affettuosi. Battiamo le mani alla sua vita, alla sua arte, alla sua intelligenza, alla sua forza. «Grazie, grazie. Vi confesso che questi 100 anni fanno più effetto agli altri che a me! Sono convinta che se sono arrivata a 100 anni è anche perché c’è un pubblico che ci tiene a raccogliere i miei messaggi. Senza il pubblico non sarei mai arrivata a questo traguardo. Sento che tante persone ci tengono che io faccia ancora il mio mestiere. E questo mi dona bellissime emozioni, gratificazioni. E quindi vitalità».
Meravigliosa ballerina… «…fino a che il mio corpo me lo ha consentito…».
…e grande coreografa di fama internazionale, creatrice di spettacoli celebri ancor oggi. E insegnante. La sua scuola e la sua compagnia di danza sono punti di riferimento, in Italia. «La danza ha riempito la mia vita e si rinnova continuamente per me. Fino a quando avrò energia per creare messaggi attraverso le mie coreografie e i miei insegnamenti, continuerò. Sento che è una missione. Durante la guerra… tra le persecuzioni razziali e poi anche sotto le bombe… tante volte mi trovai di fronte alla morte. A una morte bestiale. E ogni volta che la guardavo in faccia… in Germania e poi a Budapest, dopo che sono arrivati i nazisti… mi ripetevo: se riuscirò a sopravvivere, tutto questo mi sarà di grande esperienza da utilizzare positivamente in futuro. Un impulso ad andare avanti lottando sempre. Al massimo delle forze. Al meglio delle possibilità. Solo così posso rispettare la vita, gli insegnamenti dei miei genitori, l’arte, la mia storia e il rapporto con il pubblico e con i miei studenti».
Lo abbiamo chiesto a Roberto Bolle, lo avevamo chiesto a Ezio Bosso, lo abbiamo domandato a diversi artisti, adesso lo chiediamo a lei: in quale misura l’arte eleva l’uomo ad altezze spirituali altrimenti inarrivabili? «In generale, l’arte per sua definizione è comunicazione di un’esperienza. La danza possiede una caratteristica unica, si estende in due dimensioni, nel tempo e nello spazio. Altre arti occupano o soltanto il tempo… come per esempio la musica… oppure lo spazio, come per esempio le arti figurative. Invece la danza si estende in entrambe le direzioni. Il tempo, lo spazio e l’energia sono componenti fondamentali della danza. Su un palcoscenico la danza si manifesta e subito dopo sparisce, a fine spettacolo. La danza è arte del presente, si rivolge a un pubblico hic et nunc, qui e ora. E richiede al pubblico la disponibilità a sentirsi toccare il cuore e la mente, attraverso gli occhi».
Il Grande Torino
Nelle vittorie più mirabili, i giornalisti sportivi degli Anni 40 descrivano le azioni del Grande Torino come momenti di arte, per la bellezza. Da dt e allenatore, suo padre Ernő fu l’artefice del Grande Torino. L’arte anche nel gioco. «Specularmente, nella mia arte c’è anche il gioco. La danza per me è uno spazio di libertà e pensiero, regolato da norme. E anche ogni gioco ha le proprie norme. Come tutte le arti, la danza ha una componente ludica. Lo sapete, mio padre era anche un intellettuale. E uno dei libri fondamentali che amava… sia lui, sia poi io… era “Homo ludens” del filosofo olandese Huizinga: la convinzione che tutto si possa ricondurre anche al gioco come parte fondamentale del vivere. È un privilegio essere un’artista che crea. Io sono sempre stata non solo un’interprete, ma anche una coreografa: immaginavo e realizzavo. Occorre molto studio. Mia madre Jolanda era un’insegnante di danza e grazie a lei iniziai a ballare già da bimba. Negli anni della guerra a Budapest ha avuto la possibilità di ottenere una formazione completa in tutte le discipline. Partii dal classico, la base di tutta la danza, alla scuola del teatro dell’Opera di Budapest. Poi studiai il nuovo linguaggio della danza che dall’Ungheria si era irradiato, perché il più grande innovatore è stato l’ungherese Rudolf Laban. Mi diplomai all’Accademia di Stato, studiai anche composizione coreografica, danza jazz e danze etniche. Quando a 20 anni nel ‘46 tornai in Italia, che avevamo dovuto lasciare nel ‘39, ero una enciclopedia vivente della danza. Potevo esprimermi in qualunque disciplina e avevo un gran desiderio di portare l’innovazione in Italia. Un principio donchisciottesco, inizialmente, perché in Italia c’era un deserto per quel che concerneva la danza».
Ma non si arrese. L’insegnamento di suo padre fu fondamentale. «Oltre a mia mamma, anche mio papà teneva tanto alla crescita mia e di mia sorella Marta. “Devi fare le cose difficili”, mi ripeteva. “Non accontentarti di fare solo ciò che ti riesce facile, vai oltre, pretendi di più da te, non porti un limite”. Ancor oggi mi porto dietro questo suo insegnamento. Era un uomo straordinario».
Lei è stata una innovatrice nel mondo della danza, come lui nel calcio da allenatore e da dt. «Vero. Papà fu innovatore sotto molto punti di vista. Anche per la scelta di abbandonare il Metodo per privilegiare il modernissimo Sistema, una tattica di gioco molto più brillante. Prima del Torino, già alla Lucchese si era dimostrato un allenatore rivoluzionario. Era attento anche all’alimentazione degli atleti: e non era affatto comune a quei tempi. Tra le sue innovazioni, promosse anche il ritiro pre-campionato. Non solo per esigenze atletiche, ma anche per compattare i giocatori, per farli diventare squadra».
Lei al Filadelfia andava a vedere le partite tutte le volte che poteva, tifava. Invece quando era lei a esibirsi su un palcoscenico? «Dialogavo col pubblico. La danza non esiste senza pubblico. Il momento decisivo è nel rapporto che si instaura da anima ad anima. Noi ballerini creiamo, trasmettiamo e il pubblico deve ricevere. C’è un filo diretto. Questo spiego a miei studenti. Luciano di Samosata, 2 mila anni fa, sosteneva che ogni danza deve deliziare gli occhi e aprire la mente. È ciò che ho sempre pensato anch’io e che inculco alle mie allieve, ai miei allievi».
I segreti di Susanna Egri
Lei insegna tutti i giorni. In più viaggia spesso, in Italia e all’estero, per seguire gli spettacoli della sua compagnia Egri-Bianco e per le numerose celebrazioni che vengono organizzate in suo onore. Ha una vitalità e una forza incredibile. La sua giornata tipo? «Vivo sola, devo provvedere a me stessa. Mi preparo la colazione, al mattino mi occupo delle cose mie, pratiche, e organizzo la giornata. I ragazzi vanno a scuola, per cui le lezioni da noi sono al pomeriggio. Insegno tutti i giorni, sì. È il momento di maggior esaltazione per me. Insegno per un’ora e mezzo, poi dopo mi sento stanchissima. Riposo un po’, mi riprendo, quindi mi preparo la cena. Vado a letto molto presto, cerco sempre di dormire 8 ore, necessarie per la mente e il corpo».
L’alimentazione? «Ho sempre mangiato poco. In generale sono moderata. Non bevo vino, mangio pochissima carne, non ho mai fumato».
A 100 anni, che idea ha degli adolescenti di oggi? «I miei allievi sono una categoria particolare. Per prima cosa devono imparare la disciplina. A cominciare da come ci si presenta a lezione: con la divisa e i capelli in ordine. Bisogna sempre rispettare il luogo, gli orari, i compagni, l’insegnante. E ciò li rende subito diversi da molti giovani. Io credo molto nella capacità individuale di comprendere dove stia la luce e come si eviti l’oscurantismo».
Papà le scrisse che la salvezza era nella cultura: alludiamo a quella celebre lettera che le inviò nel 1939 da Torino. Lui era tornato temporaneamente in clandestinità e lei era a Budapest, aveva 13 anni. Per le leggi razziali, in quanto suo padre era di origine ebraica, avevate dovuto lasciare l’Italia. E lei, prim’ancora, la scuola. «Lettera lunghissima, profondissima, meravigliosa. Un vademecum, la base della mia esistenza. La conosco a memoria: “Tu non puoi immaginare quale tormento e preoccupazione sia per me vederti costretta a cessare i tuoi studi, ne i quali hai riportato tanti onori e tante soddisfazioni (…). Io ritengo che non sia giusta, né sarà duratura, la cruenta legge dei politicanti d’oggi, la quale vuole impedire a chi (...) è dotato di elevate ed innate facoltà spirituali ed intellettuali di attingere al pozzo della scienza, che è eterna, infinita, non è proprietà di nessuno, ma è per tutti quelli che sono assetati di sapere e intendono elevarsi, migliorare il proprio spirito e intelletto. (...). Le cose cambieranno, non è possibile che sia diversamente. Un giorno trionferà il buon senso”…».
Parole di un’attualità incredibile. «E poi: “Sono ansioso che tu mantenga il contatto con gli studi che hai dovuto lasciare (...). Chi la dura la vince (...). Se tu in tutte queste dolorose vicende contro qualsiasi avversità rimani con la testa alta, forte di animo e di spirito, se il tuo sguardo non si stacca dall’ideale, se la tua volontà non cede dinanzi agli ostacoli, se i tuoi desideri rimangono sempre cristallini, non attratti da (…) dal facile vivere, tu (...) arriverai certamente a essere quella che io sogno tu debba divenire: un essere superiore (…). Ripeto di non trascurare, anche se ora non puoi frequentare il ginnasio, gli studi classici. I filosofi, i poeti, i pensatori dei tempi antichi sono ancora i nostri padri spirituali. Conoscere le loro idee (...) è indispensabile, come l’alfabeto per chi vuole imparare a scrivere. Se un giorno tu vorrai giudicare, valutare le cose, gli uomini, le idee d’oggi, lo saprai fare se hai conosciuto profondamente e particolarmente i grandi greci, romani, i Santi del Medioevo, i rinnovatori del Rinascimento, eccetera. Non credere che anche spiritualmente siamo in progresso: contro il progresso indiscutibile della tecnica sta di fronte un doloroso regresso spirituale”. Parole di un’attualità incredibile, sì. Difatti la lettera di mio padre viene letta anche nelle scuole. La cultura può salvare l’uomo. Ma occorre studiare, avere un bagaglio culturale ampio, che si rinnova. Non puoi giudicare senza esserti documentato».
I ricordi d'infanzia
L’origine dei vostri cognomi: Erbstein, poi solo Egri. «Mio padre si chiamava Erno... in italiano Ernesto... Erbstein: un cognome prussiano, nobiliare. Ma poi per il nazismo, con la persecuzione e la guerra, mio padre non volle più avere addosso un nome tedesco. E a Budapest fece domanda per magiarizzare il nome. Chiese consiglio anche a me e mia sorella. Scegliemmo Egri perché significa “di Eger”, una città dell’Ungheria, e in quanto è un cognome che può sembrare italiano. E noi desideravamo tornare in Italia, un giorno».
Intanto lei continuava a studiare privatamente. E in più frequentava lezioni di danza. «Giusto il giorno dopo essermi classificata prima in una prestigiosa rassegna nazionale di danza, ci svegliammo coi carrarmati tedeschi che occupavano Budapest. Avevo 18 anni. Era il 19 marzo del ’44. Io entrai subito in clandestinità. Ma ebbi la possibilità di trovare rifugio grazie a un’iniziativa di un prete ungherese, padre Klinda, che trasformò un suo pensionato per ragazze cattoliche in una fabbrica militare per la confezione di divise da soldato. Lì inseriva come operaie ragazze cattoliche di origine ebraica per sottrarle alla cattura dei nazisti. Fu una salvezza per me. Rimasi per mesi lì, poi fummo catturate dalla marmaglia che aveva preso il potere. Fummo poi sottratte dalle mani dei carnefici dall’intervento miracoloso del nunzio apostolico. Altre volte mi sono trovata di fronte alla morte, come quando stavano per catturare mio padre, dopo che già era riuscito a fuggire da un campo di prigionia. Lo portai in salvo vestita da crocerossina, con mio papà che si fingeva ferito, attraversando Budapest sotto le bombe e tra i posti di blocco dei nazisti. Con mio papà al fianco non avevo paura di nulla. Il babbo, per me, è sempre stato un baluardo contro il male nel mondo. Mi ripeteva: “Bisogna avere il coraggio di non aver paura”. Solo il 4 maggio del 1949, quando seppi che non c’era più, mi sentii improvvisamente senza difese. Ed ebbi paura. Mi parve di precipitare in un baratro, temevo di non uscirne più».
Invece, combattendo, si è costruita con le sue mani una vita… enorme! Nel ‘49 era già prima ballerina del Teatro dell’Opera di Firenze. E la sua fama la stava conducendo a danzare a Parigi. Poi, Superga. Rimase a Torino, ma non smise di lottare. La danza continuò a indicarle la via, i successi in Italia e all’estero si susseguirono. Il 3 gennaio ’54 ebbe anche l’onore di aprire la prima trasmissione della Rai con un suo spettacolo di danza creato apposta. «E mille successi in tutti i più importanti teatri del mondo, dopo: dall’America al Giappone, dalla Cina a tutta l’Europa. Sa, io ho avuto un grandissimo privilegio: avere due genitori meravigliosi. Mia madre Jolanda è mancata nel 1994. Papà e mamma indicavano la giusta via. Li ho sempre accanto. E da 77 anni quando il mio sguardo si posa sulla basilica di Superga provo un momento di elevazione. Penso che per un attimo mio padre, prima di scomparire, è stato lì, vivo. Colgo quel momento, sento che mi aiuta, che agisce dentro di me. È mio papà, sempre presente nel mio cuore».
La tragedia di Superga
Mai più vista una partita, dopo Superga. «Però i colori granata sono sempre nel mio cuore».
Era diventata amica dei giocatori, in particolare di Mazzola che adorava suo padre. «Papà lo aiutò tanto nei momenti famigliari più difficili per Valentino».
Dopo l’ultima partita in Italia a Milano, andò a trovare suo padre in hotel: 30 aprile 1949. Il giorno dopo sarebbero volati a Lisbona. «Ricordo l’ultimo suo saluto affettuoso, per strada, mentre mamma e io salivamo in auto per tornare a Torino, accompagnate da un amico di famiglia. Il mio 4 maggio è il 30 aprile, la data dell’anima, l’ultima volta in cui lo vidi. Subito dopo la tragedia raccolsi tra i rottami la sua valigia intonsa, come quelle degli altri, nella coda dell’aereo, l’unica parte non andata distrutta. Era mia, gliel’avevo prestata. Ora per mio desiderio è conservata nello splendido Museo del Grande Torino a Villa Claretta. Dentro c’era una bambola comprata a Lisbona. Il suo regalo per me. Mi portava sempre delle bambole da lunghe trasferte. Da 77 anni la porto sempre con me negli spettacoli e negli eventi speciali. È stata una delle ultime cose che ha toccato con le sue mani, immagino con un sorriso».
Idealmente, ci viene da dire che lei, in qualche modo, sia un 12° titolare della squadra di suo padre. «Vero. Mi sento anch’io spiritualmente un giocatore di papà. I calciatori lo adoravano per la bravura, l’intelligenza, la giustizia dei modi e la sua sensibilità paterna».
I riconoscimenti e il razzismo
Oltre alle massime onorificenze ungheresi, 10 anni fa il presidente Mattarella le rivolse un encomio «per la sua attività artistica, costellata da grandi successi, che ha dato lustro all’Italia intera». «Papà sarebbe contento di me in primo luogo perché non mi sono mai bloccata davanti ai tanti bastoni che mi hanno messo di proposito tra le ruote. Sono orgogliosa di non essermi mai fatta distrarre dal mainstream. Mai hanno potuto prendere decisioni per me, mai sono dipesa da altri. Ho sempre provveduto a me stessa: per ragioni di principio, anche andando contro i miei interessi materiali. Di questo, della mia arte e della mia scuola sono molto orgogliosa, sì. Non sapete le sofferenze negli anni per raddrizzare le cose... storte e promuovere la danza. La lettera di encomio che mi ha inviato il presidente Mattarella mi riscalda ancor oggi il cuore. In Cina negli Anni 80 mi definirono “il Marco Polo della danza”, tanta fu la riconoscenza nei miei confronti: la mia soddisfazione più bella, penso. Per due mesi istruii una compagnia di danza e i più importanti maestri della Cina. Erano fermi agli insegnamenti sovietici. Dopo, per anni seguirono i miei dettami, il mio insegnamento di tipo occidentale, innovativo».
È religiosa? «Sono cresciuta cattolica, da bambina ero profondamente cattolica. Solo per le leggi razziali scoprii che papà era di origine ebraiche. M i diceva: “La tua chiesa ce l’hai dentro di te, puoi rivolgerti al divino direttamente nel tuo animo”. Da adulta ho seguito il suo consiglio. Le religioni dividono, la spiritualità unisce. E alla morte non penso. Fino a che avrò energia, farò quello che ho sempre amato fare: un grandissimo privilegio. Quello che succederà dopo, riguarderà gli altri. Se io non ci sono più, non mi riguarda. Quanto alla compagnia di danza Egri-Bianco e alla mia scuola, Raphael Bianco è il mio erede professionale e spirituale, porterà avanti ciò che ho seminato. Per la festa del mio centenario al teatro Il Maggiore a Verbania (stasera, ore 21; ndr), Raphael ha creato un balletto apposta per me… “Cantata profana: il cervo fatato”… sulla musica di Bela Bartok. Lo vedrò per la prima volta, sono emozionatissima. E sarò felicissima anche di rivedere, messo in scena dalla mia compagnia, “Istantanee”: cioè quello che è considerato il mio capolavoro, lo spettacolo che ideai nel 1953 sulla musica straordinaria di Paul Arma. Il compositore francoungherese la dedicò a me, quando vide il mio recital. Sono tante istantanee, brevissimi brani come tanti quadri, figure nello spazio, una serie di coreografie astratte. Ognuna illustra un tema. Coreografa e ballerina: c’è tutta la mia arte in questo spettacolo. Un tempo ero io sul palco. È profondamente emozionante, oggi, veder rivivere quella mia creazione, più di 70 anni dopo, grazie alla compagnia che ho fondato con Raphael Bianco».
Lei ha visto e subito l’orrore del razzismo, delle persecuzioni, della guerra, delle dittature. Adesso, 80 anni dopo, ci sembra che l’umanità non abbia compreso nulla: nuove, continue esplosioni di violenza e aggressività in mille forme. «La violenza condanna se stessa. Nella storia personaggi eccelsi hanno indicato la retta via: Confucio, Gesù Cristo, Budda e tanti altri. Bisogna ascoltare chi mette da parte le armi e la violenza. Quando invece comandano gli istinti della moltitudine, è spaventoso. Le folle sono pericolose e i mediocri detestano chi eccelle. Io temo che l’umanità sia condannata a rivivere gli orrori. L’ignoranza ciclicamente vince. E noi uomini restiamo animali con insito un primordiale carico di aggressività: di bestialità che si può domare solo con la cultura, il rispetto e la disciplina. In vita mia, io mi sono sempre allontanata da chi diffonde divisione e odio. Non volevo e non voglio essere avvelenata, io cerco ed espando armonia intorno a me».
L’umanità tra 300 anni. «O sarà diventata migliore o si sarà estinta con le guerre nucleari».
"Arrivare a 100 anni continuando a creare significa non smettere di interrogarsi sul tempo, sul corpo e sulla vita".
Ci alziamo in piedi per farle tantissimi auguri, signora Susanna: molto affettuosi. Battiamo le mani alla sua vita, alla sua arte, alla sua intelligenza, alla sua forza. «Grazie, grazie. Vi confesso che questi 100 anni fanno più effetto agli altri che a me! Sono convinta che se sono arrivata a 100 anni è anche perché c’è un pubblico che ci tiene a raccogliere i miei messaggi. Senza il pubblico non sarei mai arrivata a questo traguardo. Sento che tante persone ci tengono che io faccia ancora il mio mestiere. E questo mi dona bellissime emozioni, gratificazioni. E quindi vitalità».
Meravigliosa ballerina… «…fino a che il mio corpo me lo ha consentito…».
…e grande coreografa di fama internazionale, creatrice di spettacoli celebri ancor oggi. E insegnante. La sua scuola e la sua compagnia di danza sono punti di riferimento, in Italia. «La danza ha riempito la mia vita e si rinnova continuamente per me. Fino a quando avrò energia per creare messaggi attraverso le mie coreografie e i miei insegnamenti, continuerò. Sento che è una missione. Durante la guerra… tra le persecuzioni razziali e poi anche sotto le bombe… tante volte mi trovai di fronte alla morte. A una morte bestiale. E ogni volta che la guardavo in faccia… in Germania e poi a Budapest, dopo che sono arrivati i nazisti… mi ripetevo: se riuscirò a sopravvivere, tutto questo mi sarà di grande esperienza da utilizzare positivamente in futuro. Un impulso ad andare avanti lottando sempre. Al massimo delle forze. Al meglio delle possibilità. Solo così posso rispettare la vita, gli insegnamenti dei miei genitori, l’arte, la mia storia e il rapporto con il pubblico e con i miei studenti».
Lo abbiamo chiesto a Roberto Bolle, lo avevamo chiesto a Ezio Bosso, lo abbiamo domandato a diversi artisti, adesso lo chiediamo a lei: in quale misura l’arte eleva l’uomo ad altezze spirituali altrimenti inarrivabili? «In generale, l’arte per sua definizione è comunicazione di un’esperienza. La danza possiede una caratteristica unica, si estende in due dimensioni, nel tempo e nello spazio. Altre arti occupano o soltanto il tempo… come per esempio la musica… oppure lo spazio, come per esempio le arti figurative. Invece la danza si estende in entrambe le direzioni. Il tempo, lo spazio e l’energia sono componenti fondamentali della danza. Su un palcoscenico la danza si manifesta e subito dopo sparisce, a fine spettacolo. La danza è arte del presente, si rivolge a un pubblico hic et nunc, qui e ora. E richiede al pubblico la disponibilità a sentirsi toccare il cuore e la mente, attraverso gli occhi».